Cultura e scienze

Antropocene: l'era dell'uomo e le ferite inferte alla Terra

Le cicatrici delle ferite che abbiamo inferto alla Terra in undicimila anni di occupazione del pianeta sono così profonde che gli scienziati si chiedono se non sia il caso di intitolare all’uomo e al suo impatto devastante sull’ecosistema una nuova era geologica: l’Antropocene, l’era in cui il genere umano ha spadroneggiato sul mondo. Antropocene è un termine coniato negli anni ottanta dal biologo Eugene Stoermer: indica l’era geologica attuale, quella in cui ai discendenti dell’homo sapiens e alle loro attività spesso dissennate va attribuita la responsabilità delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche che travagliano la Terra. Undicimilasettecento anni dopo la comparsa dei figli di Adamo, che hanno dato il via all’ingordo accaparramento del pianeta e delle sue risorse cui si assiste oggi, l’Olocene, l’intervallo tra due glaciazioni che ha permesso lo sviluppo della vita quale la conosciamo, sembra aver fatto il suo tempo.Colpa della nostra sciagurata specie,  caratterizzata da uno spensierato disinteresse per le conseguenze su larga scala delle proprie azioni e  da una natalità sfrenata che ci ha portato sul baratro degli undici miliardi di abitanti: tra poco, qui intorno, solo posti in piedi.
 
L’IMPATTO DELL’UMANITÀ NELL’ATMOSFERA
Oggi si riuniscono alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino geologi, climatologi ed ecologisti convinti che l’impatto dell’umanità sull’atmosfera e sulla crosta terrestre sia talmente massiccio da meritare l’attribuzione di un’era geologica a parte. Il Gruppo di lavoro sull’antropocene è un organismo composto da scienziati e umanisti che fanno capo alla Commissione internazionale di stratigrafia, e che meditano di “rettificare” la scala dei tempi geologici adeguandola al nefasto protagonismo della nostra specie. E come ogni era geologica che si rispetti, anche quella inventata da noi lascerà dei fossili che gli archeologi del futuro – posto che arrivino – potranno studiare: tecnofossili, per la precisione, vale a dire quella infinita pletora di strutture e macchinari costruiti con materiali eterni come la plastica che già ora ostruiscono terre e oceani, e che sopravviveranno alla nostra scomparsa, malinconici relitti di un passato che credevamo fatto per durare illimitatamente. I fossili che conosciamo sono quelli naturali: ma se invece che a piante e animali pensiamo ad artefatti, ovvero agli strumenti creati dall’uomo, dobbiamo parlare di tecnofossili costituiti da elementi inesistenti allo stato naturale, come la plastica. Non solo: archeologi e paleontologi studiano i reperti trovati sulla Terra, ma la nostra ingegnosità  ha varcato i confini del pianeta, e tra i reperti tecnofossili del futuro dovranno essere annoverati anche satelliti e stazioni spaziali.
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LE DUE QUESTIONI DI FONDO
Due le questioni di fondo alle quali gli esperti riuniti a Berlino (tra loro c’è anche un giurista) sperano di dare  una risposta: quale effetto avrà su ricerca scientifica e strutture di governo la consapevolezza degli cambiamenti che abbiamo imposto al pianeta, e quali potranno essere le prospettive di sopravvivenza di quelle stesse strutture nel mutato scenario biofisico. Nel convegno si discuterà degli scenari introdotti dalla mutazione in atto sulla Terra, cercando di fornire alla politica e alla ricerca indicazioni sulla strategia da adottare; sperando che ce ne siano di praticabili.