Cultura e scienze

Alter ego: le gaffe di Di Maio lo avvicinano alla gente?

luigi di maio gaffe

Goffredo Buccini sul Corriere della Sera oggi offre un’interessante lettura delle gaffe di Luigi Di Maio, con riferimento all’ultima sugli “alter ego” da Fabio Fazio. Secondo Buccini il paradosso archetipico di Gigino è quello dell’everyman, dell’uomo qualunque, mirabilmente illustrato da Umberto Eco nella sua Fenomenologia di Mike Bongiorno ormai più di mezzo secolo fa; furono le famose gaffe a fare entrare il principe dei presentatori nel cuore degli italiani:

Chi volesse però trovarci un oscuro e magari inconscio segno di ribellione alla madre (la cantonata come invettiva), si fermi lì. Perché le gaffe del candidato premier dei Cinque Stelle (in una corsa che peraltro non prevede candidati premier) non oltraggiano solo il latino: rigorosamente interdisciplinari, squarciano come una scatoletta di tonno qualsiasi roccaforte del sapere.
Dunque, ecco Gigino l’Americano che alla Kennedy School s’impappina leggendo il discorso in inglese (e poi dicono di Alfano…). Ecco Gigino lo storico che colloca Pinochet in Venezuela. Gigino l’italianista che toppa tre congiuntivi di seguito in un tweet entrato nella leggenda il 13 gennaio 2017. Ma ecco, anche, il disinvolto propalatore di sciocchezze più imbarazzanti, come trasformare l’appena scomparso sociologo Luciano Gallino nello «psicologo Gallini» o azzardarsi a parlare della «lobby dei malati di cancro».

Insomma il tiro al Gigino è un boomerang, ogni sberleffo allontana il tiratore dal sentire delle persone reali, cui una sinistra vera dovrebbe tendere. Una buona controprova si può avere osservando l’impatto di un politico pd colto e articolato come Matteo Orfini un anno e mezzo fa, tra i banchetti d’ortofrutta della borgata romana di Giardinetti: «Era mejo che nun venivi! In galera!», strillò la Roma disagiata cacciando l’erede di un partito che in posti simili aveva costruito la sua base e la sua stessa pedagogia. Farsi capire oggi è più difficile.

Ora, forse la lucidità di Buccini sta tutta nell’indicare come còlto quel Matteo Orfini che come studi si trova allo stesso livello di Di Maio, visto che anche il presidente del PD ha cominciato l’università e poi l’ha abbandonata. Ma a parte questo piccolo paradosso, non sfugge a nessuno che è vero che a molti stava simpatico Mike Bongiorno per le sue gaffe, ma non risulta che qualcuno abbia mai proposto il presentatore della signora Longari come guida del paese. Il fatto che le gaffe di Di Maio possano quindi fare simpatia non pare aiutare in alcun modo il vicepresidente della Camera a conseguire il suo obiettivo. In secondo luogo, sembra esserci un’aporìa di fondo nel ragionamento di Buccini: prima sostiene che presso i ceti popolari la gaffe di Di Maio farebbe simpatia, poi consiglia ai sapientoni di farsi un giro ” in una periferia qualsiasi, e domandassero ai passanti cosa sia l’alter ego o dove sia nato Pinochet”. Ma se in una periferia qualsiasi non sanno cos’è un alter ego, allora come farebbero a percepire che Di Maio ha fatto una gaffe? Il ragionamento di Buccini sembra essere figlio di quelle vecchie (dei primi anni del secolo scorso) teorie della comunicazione in base alle quali c’è un pubblico che reagisce in modo identico a uno stimolo, un po’ come il ginocchio si alza se il dottore lo colpisce con un martelletto. In realtà non funziona così: la gaffe di Di Maio colpirà in primo luogo soltanto quelli che la riconoscono come tale, e le reazioni saranno diverse in base al background culturale – ma anche alle convizioni politiche, visto che chi tifa M5S dirà “chi se ne frega della gaffe” – di ciascuno. E per la maggior parte, l’effetto della gaffe servirà a rendere più forti le convinzioni pregresse su Di Maio: chi lo vedeva come un incapace lo vedrà ancora di più come un incapace, chi lo vedeva come la salvezza dell’Italia penserà che, a parte le gaffe, lui rimane la salvezza dell’Italia. Quanti voti sposta una gaffe? Semplicemente, e a meno che non sia qualcosa di grave e con altre ripercussioni, nessuno.