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La banda di Moutaharrik che voleva colpire Roma

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Abderrahim Moutaharrik, 27 anni, campione internazionale di kickboxing di origini marocchine, ma cittadino italiano. Abderrahmane Khachia, marocchino di 23 anni, residente in provincia di Varese e fratello di Oussama, foreign fighter morto ‘martire’ alla fine dell’anno scorso, e Wafa Koraichi, 24 anni appena compiuti. E poi ci sono Mohamed Koraichi, il marocchino di 31 anni che con la moglie italiana e di 8 anni più grande, Alice (Aisha) Brignoli, e ai loro tre piccoli, di 6, 4 e 2 anni, da più di un anno ha lasciato Bulciago, centro nel lecchese, per unirsi alle truppe dell’Isis. Infine c’è Salma Bencharki, moglie di Moutaharrik. Questi i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip milanese Manuela Cannavale per l’accusa è terrorismo internazionale in quanto, seppur con ruoli diversi, avrebbero fatto parte dell’organizzazione guidata da Al Baghdadi.

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Alcuni dei componenti della cellula di Mouthaharrik (Corriere della Sera, 29 aprile 2016)

La banda di Abderrahim Moutaharrik

L’indagine comincia nel marzo scorso quando due indagini parallele di carabinieri e polizia — su una coppia di «foreign fighters» andati a combattere in Siria portandosi dietro i tre figli di 2 e 4 e 6 anni, e su un campione di pugilato e arti marziali amico del fratello di un altro «combattente» morto in battaglia l’anno scorso — convergono su una serie di audio scambiati via WhatsApp. Racconta Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera:

In Italia il pugile Moutaharrik e il suo amico Khachia, in Siria il foreign fighter Koraichi e un misterioso personaggio che chiamano «sceicco», che non è stato identificato, ma che (da come viene trattato e da come si esprime in arabo classico) appare un dirigente del Califfato, legittimato a dare quella dote che il boxeur cerca ansiosamente: la tazkia, che nell’ambito dell’estremismo islamico sta a indicare la raccomandazione o accreditamento effettuati da un aderente di un gruppo nei confronti del candidato che domandi di essere arruolato. Moutaharrik, non avendo un sicuro canale diretto con Koraichi, insieme alla moglie decide di contattarne la sorella, Wafa Koraichi, affinché sia lei a contattare il fratello per ottenere la tazkia.
Fai un attentato» Ma, un po’ a sorpresa, dalle terre del Califfato arriva una indicazione diversa. Non tanto di precipitarsi a combattere in Siria, quanto piuttosto di agire subito in Italia: «Fratello mio — dice il 25 marzo Koraichi dalla Siria al pugile che vive a Lecco — in quella Italia, quella è la capitale dei crociati, è dove vanno a fare il pellegrinaggio, è da dove prendono la forza e combattono l’Islam, fino ad ora non è stata fatta nessuna operazione, sai che se fai un attentato è una cosa grande». E l’8 aprile, sempre sotto forma di un audio su whatsapp, dallo «sceicco» arriva a Moutaharrik il «poema bomba»: che non è un modo pittoresco di etichettarlo, ma l’indicazione stessa di chi lo indirizza all’eletto per l’attentato, Abderrahim (il nome di battesimo del pugile): «Caro fratello Abderrahim, ti mando (…) il poema bomba (…) ascolta lo sceicco e colpisci». «

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Le foto di Abderrahim Mouthaharrik con la bandiera dell’ISIS

A questo punto la situazione precipita. Moutaharrik immagina confusamente quale attentato potrebbe compiere, «l’unica richiesta che ti chiedo — dice al suo referente in Siria — è la famiglia, almeno che i miei figli crescano un po’ nel paese del Califfato».

E «se riesco a mettere la mia famiglia in salvo, giuro sarò io il primo ad attaccarli (…) in questa Italia crociata, il primo ad attaccarla, giuro l’attacco nel Vaticano con la volontà di Dio». Accarezza anche l’idea di un attentato alla Questura di Varese («se trovavo qualcuno che mi preparava per l’operazione…») o all’ambasciata israeliana: «Amico mio, io una volta mi sono alzato e messo a progettare… che voglio picchiare Israele a Roma. Sì, l’ambasciata…». A sentire lui, si sarebbe anche mosso alla ricerca di un’arma, «sono andato da un ragazzo albanese a Varese e gli ho detto di procurarmi una pistola, la volevo comprare da lui», ma «forse lui si è insospettito di me e mi ha girato le spalle».

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Le foto degli arrestati (La Repubblica, 29 aprile 2016)

L’Islam radicale in provincia di Lecco

La storia di Moutaharrik è simile a quella di altri aspiranti jihadisti cresciuti nella provincia lombarda e fulminati da una conversione all’Islam radicale. Come accaduto a Mohamed Koraichi, partito per la Siria da Bulciago(Lecco) insieme alla moglie Alice Brignoli e ai tre bambini. Raim e Mohamed si erano conosciuti frequentando lo stesso centro islamico «La tolleranza» di Lecco e la moschea di Costa Masnaga, da dove erano stati allontanati per aver preso una deriva fondamentalista. E proprio a Koraichi, l’aspirante soldato di Allah si rivolge per ricevere la tazkia, il lasciapassare per entrare nell’Isis. Raim faceva l’operaio alla «Dell’Oro» di Valmadrera, produceva macchinari per impastare il pane.

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L’infografica sugli arrestati per terrorismo (Il Messaggero, 29 aprile 2016)

Da Daesh, Koraichi, dove nel rispetto dei doveri “di un musulmano ortodosso” si fa “carico dei problemi lasciati” dai martiri e sposa due vedove e adotta il figlio di una di loro (come testimonia per altro una foto agli atti dell’indagine con quattro bimbi che indossano tute mimetiche e puntano l’indice al cielo a simboleggiare l’esaltazione del martirio) manda via WhatsApp (uno dei modi principali per comunicare nella speranza di non essere intercettati) a Moutharrik almeno due messaggi dello Sceicco o Principe (non identificato). Messaggi in cui il ‘pugile’ viene invitato a “colpire” a “combattere i cristiani, nemici di Dio e della religione” e, si legge sempre nel provvedimento del giudice, “ad agire, come ‘lupo solitario’ nel territorio in cui si trova (in Italia, ndr), perché ‘un’unica operazione – dicono – ci soddisfa di più di decine di bombe’, come tristemente verificatosi recentemente con plurimi attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles”. Infine le donne: dal quadro emerso dalle indagini non hanno un ruolo secondario. Le mogli avrebbero incitato i mariti a partire e condiviso con loro il progetto di arruolarsi. Infine c’è l’attività di Wafa Koraichi: era lei che, oltre a fare proselitismo, sarebbe stata interpellata e avrebbe procurato la “la tazkia” ai coindagati, una sorta di accreditamento necessario per diventare ‘soldato’ dell’Isis. Perché ora, per evitare infiltrati, bisogna fornire al Califfato le credenziali per ottenere, dopo un’attenta valutazione, una sorta di autorizzazione per fare parte delle milizie del terrore.

Abderrahim Moutaharrik: il kick boxing e il terrorismo (foto)