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Perché l’elezione dei presidenti delle Camere ci dirà molto sul possibile governo centrodestra-M5S

La partita per l’elezione dei presidenti delle camere ci dirà molto sulle possibilità che possa nascere un governo appoggiato dal centrodestra e dal MoVimento 5 Stelle o sulle eventuali alternative che potrebbero nascere. Domani ci sarà infatti la prima seduta della Camera e del Senato e il totonomi vede in pole position due personalità del centrodestra per il Senato e due del M5S per la Camera.

L’elezione dei presidenti delle Camere

Gli accordi tra i partiti ci dicono che sono state raggiunte le ipotesi di spartizione per le due più alte cariche: la seconda carica dello Stato andrà al centrodestra e la terza al MoVimento 5 Stelle. Il problema sono i nomi. A Palazzo Madama Salvini, Meloni e Berlusconi hanno prima candidato Paolo Romani, scartato dal MoVimento 5 Stelle per la condanna per peculato, e successivamente ripiegato su Anna Maria Bernini. Il MoVimento 5 Stelle ha fatto i nomi di Riccardo Fraccaro e di Roberto Fico per Montecitorio. Tutto a posto? In realtà no, perché ieri il centrodestra ha rilasciato una nota al termine del vertice di maggioranza: “Il centrodestra propone ai capigruppi parlamentari un comune percorso istituzionale che consenta alla coalizione vincente (il centrodestra) di esprimere il presidente del Senato e al primo gruppo parlamentare M5s il presidente della Camera. E per concordare i nomi per le presidenze delle Camere, il centrodestra invita le altre forze politiche ad un incontro congiunto domani“.

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Il timing per l’elezione dei presidenti delle Camere (Il Messaggero, 22 marzo 2018)

A cosa serve l’incontro congiunto? Posto che il Partito Democratico si è già tirato fuori, il centrodestra vuole un incontro per autosdoganarsi con Luigi Di Maio, chiedendogli una sorta di prova d’amore. Ovvero vuole dare al MoVimento 5 Stelle una prova di unità, tagliando così la strada alle ipotesi di accordo solitario tra Lega e M5S. E facendo così capire ai grillini che nessun governo sarà possibile senza che l’intero centrodestra ne faccia parte.

Il governo centrodestra-M5S

La pietra dello scandalo è però Silvio Berlusconi. Il M5S non ha intenzione di voler dare l’impressione di considerare Silvio un interlocutore e infatti il primo veto è arrivato proprio al suo candidato preferito, Paolo Romani. Federico Capurso sulla Stampa però ipotizza che anche il nome di Roberto Fico sia stato lanciato dai 5 Stelle aspettandosi una bocciatura per poi ripiegare su Riccardo Fraccaro.

Tutto questo, a condizione che l’accordo tenga, certo. E per rinsaldarlo Salvini ha recapitato a Di Maio un invito velenoso: mettere da parte le telefonate, i comunicati, le ambasciate, e sedersi al tavolo per sancire il patto, faccia a faccia con gli altri leader, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Di Maio tentenna. Stringere la mano allo «Psico-nano» sarebbe uno schiaffo a dieci anni di demonizzazione grillina di tutto ciò che il berlusconismo è stato. Eppure, «il tempo ha cambiato tante cose. I Cinquestelle non ci urlano più contro», dice Maurizio Gasparri passeggiando verso Palazzo Madama.

luigi di maio

L’idea quindi è quella di trovare un accordo per due nomi che siano potabili per entrambi. E qui è interessante segnalare che le regole per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato sono diverse e potrebbero aprire spazi e praterie anche per far saltare gli accordi. A Palazzo Madama, a partire dalla quarta votazione, si va al ballottaggio tra i due più votati nel terzo scrutinio e si elegge il presidente a maggioranza relativa. Alla Camera, a partire dal quarto scrutinio, ci vuole la maggioranza assoluta dei voti comprese schede bianche e nulle. In teoria M5S  e centrodestra insieme hanno la possibilità di eleggere i presidenti anche nelle precedenti votazioni a patto che ciascuno dei componenti dell’assemblea voti il candidato altrui.

La maggioranza per le presidenze delle camere

Ma se esiste una maggioranza così ampia per eleggere la seconda e la terza carica allora ci sarà anche una maggioranza per sostenere un governo. E questo potrebbe non sfuggire a Sergio Mattarella, che aspetta la chiusura della partita delle presidenze per dimissionare Gentiloni e cercare qualcuno che possa gestire l’incarico di governo. Qui però nasce un problema. Non pare ad oggi che il M5S e il centrodestra abbiano deciso di votare i candidati altrui. Questo mette in pericolo l’accordo sia al Senato che alla Camera. Al Senato, in teoria, a partire dalla quarta votazione vale la maggioranza relativa. Quindi il centrodestra ha i voti per eleggere il suo candidato senza bisogno dell’appoggio dei 5 Stelle, a patto però che i 5 Stelle votino scheda bianca. Se dovessero invece votare per un candidato di bandiera, i voti che arrivano a quest’ultimo sommati a quelli che potrebbe dargli il Partito Democratico metterebbero a rischio il patto.

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Il sondaggio sul governo M5S (La Stampa, 15 marzo 2018)

Insomma, il patto in Senato potrebbe essere a rischio se il PD decidesse di fare un colpo di mano e se i 5 Stelle votassero un candidato di bandiera ma il problema si risolve se il M5S vota scheda bianca. Alla Camera invece la situazione è peggiore. Perché per eleggere il presidente a Montecitorio ci vuole invece la maggioranza assoluta dei voti comprese le schede bianche e le nulle, e questi voti il MoVimento 5 Stelle non ce li ha. Quindi il centrodestra deve votare il candidato grillino se vuole essere certo della sua elezione; mentre un colpo di mano (ipotetico) del PD potrebbe mandare alla presidenza il candidato di bandiera che stavolta dovrebbe appartenere al centrodestra. In ogni caso il M5S, al contrario del centrodestra al Senato, non può cavarsela chiedendo un’astensione al centrodestra e restituendola al Senato: deve trovare i voti necessari per l’elezione. In alternativa, può chiedere al centrodestra di uscire in blocco dall’aula visto che vale il voto dei presenti.

Il governo delle astensioni

Tutti questi ragionamenti ipotetici servono a spiegare che il metodo per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato potrebbe costituire il viatico per il nuovo governo. Che potrebbe nascere dopo magari due tentativi andati a male da parte di Salvini e Di Maio oppure, più pragmaticamente, prendendo atto che nessuno ha i voti per varare un proprio governo, con l’astensione di una delle due parti in causa (anche perché al Senato le regole sono cambiate e l’astensione non vale più come voto contrario).

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Il sondaggio SWG per il Corriere della Sera (22 marzo 2018)

Oppure, ma qui andiamo più verso la fantapolitica – per adesso – un voto “a sparigliare” come quello – ipotetico – del Partito Democratico potrebbe far saltare gli accordi ancora scritti sull’acqua di centrodestra e MoVimento 5 Stelle. Ma per la fiducia non basterebbe a quel punto l’astensione ma ci vorrebbe il voto positivo del PD. Per un governo che non potrebbe mai essere quello di Luigi Di Maio.