Economia

Decreto dignità, un milione di contratti a rischio rinnovo

C’è un milione di contratti a rischio rinnovo per le norme contenute nel Decreto Dignità del ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio. La stima, pubblicata oggi dal Messaggero e dal Mattino, è di Datagiovani e parte da un ragionamento sulle scadenze: da qui alla fine dell’anno andrà in scadenza il 55% dei contratti a termine in essere. In totale sono ben un milione e seicentomila rapporti. Di questi, però, oltre mezzo milione (526.00) sono nella pubblica amministrazione, che non viene toccata dalle nuove norme.

Decreto dignità, un milione di contratti a rischio rinnovo

Ma gli altri sì. I settori più coinvolti sono quelli dell’industria e delle costruzioni (288 mila contratti in scadenza) seguiti dall’agricoltura (170 mila) e dal commercio (178mila contratti). Poi vengono le attività finanziarie, assicurative e immobiliari (134mila), gli alberghi e i ristoranti (163 mila). Il 47,2% sono giovani under 35, il 52,1% donne, il 25% ha più di 45 anni, oltre il 40% ha un diploma e più di un quarto è laureato. La metà dei contratti(49,4%) si concentra al Nord. Già entro l’estate ci sarà il primo test: sono ben 661.000 i contratti in scadenza nel privato. La stessa analisi di Datagiovani era stata pubblicata dal Sole 24 Ore un paio di giorni fa.

decreto dignità
Decreto dignità, le norme (Corriere della Sera, 4 luglio 2018)

Perché un milione di contratti è a rischio rinnovo con il decreto dignità? Prima di tutto per una questione tecnica: chi ha concluso due anni di contratti a termine con la stessa azienda o chi ha superato la soglia dei dodici mesi di contratti potrebbe vedere sfumare il lavoro.

Dopo il primo anno, rinnovi e proroghe, infatti, adesso dovranno sottostare a specifiche causali. Ecco quelle consentite: esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro; ragioni sostitutive; esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria; ragioni relative a lavorazioni e a picchi di attività stagionali, individuati con decreto del Ministero del lavoro.

Tanto per fare qualche esempio: se ci sono lavoratrici che vanno in maternità, al loro posto l’azienda può assumere un sostituto con contratto a termine;lo può fare anche se arriva una commessa straordinaria che prevede consegne in tempi rapidi. Il ritorno alle causali (c’erano prima del Jobs Act)non può invece comprendere i fatti ordinari dell’attività aziendali.

Il pericolo, immaginario o concreto che sia, è che adesso il lavoratore potrà trascinare l’azienda davanti al giudice contestando la causale e pretendendo l’assunzione a tempo indeterminato. Un allarme segnalato anche ieri da Confindustria e dal Sole 24 Ore.

Il decreto dignità e il precariato

Resta comunque vero che il decreto dignità di Luigi Di Maio va a inserirsi in un contesto occupazionale ancora dominato dal precariato, soprattutto nel meridione. Lo scorso anno l’occupazione in Italia è cresciuta dell’1,1%, il Sud però si è fermato all’uno. A trainare sono stati il Nord-Est e il Nord-Ovest, entrambi in crescita dell’1,3%. Il tasso di disoccupazione invece è sceso di 0,5 punti percentuali: all’11,2% dall’11,7% del 2016. Il problema però è che anche in questo caso, e in modo più vistoso, l’Italia viaggia a due diverse velocità: nel Sud la disoccupazione lo scorso anno era pari al 19,4%, quasi tre volte quella del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%).

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Il grafico di Francesco Seghezzi, direttore ADAPT

Per questo tra i giovani del Sud c’è molta fiducia negli effetti del decreto dignità: «Non so che effetto avranno queste nuove norme, non sono un’esperta. Però per la prima volta da tanto tempo il governo si preoccupa di noi precari. Tenta di fare qualcosa per rendere la nostra vita meno ansiosa e difficile», dice la precaria calabrese Marina oggi a La Stampa. A criticare Di Maio, un po’ a sorpresa, è invece Domenico De Masi, il sociologo del lavoro gratis che ha ricevuto compensi per 183mila euro dal M5S per spiegare le sue teorie ai grillini:

«Da anni il mercato del lavoro è entrato nel tunnel della precarietà. È passato il seguente concetto: meglio avere un lavoretto per qualche giorno piuttosto che restare a spasso. Questa medicina contrasta con il tunnel della precarietà».

Cosa avrebbe dovuto fare Di Maio?
«Al suo posto avrei puntato sul modello tedesco».

In cosa consiste?
«Non propongo nulla di utopistico. In Germania hanno puntato su due fattori: ridurre il numero di ore lavoro e incrementare la produttività»

Ovviamente inutile star lì a spiegare a un così insigne studioso che se riduci il numero di ore di lavoro, ceteris paribus, la produttività non può aumentare di per sé. Per farla aumentare bisogna investire nei fattori della produzione e semmai soltanto dopo si possono ridurre le ore. Anche perché non capirebbe.

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