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Claudio Borghi ha scoperto il rischio di uscire dall’euro

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Il presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi è stato (ed è?) uno dei più accesi sostenitori della necessità di uscire dall’euro e dalla UE. Il “come” lo ha spiegato molte volte su Twitter. Ed è quello che è scritto nel programma elettorale della Lega (ma non nel contratto di governo). L’uscita dalla moneta unica e dalla UE avverrà tramite una revisione dei trattati europei, in particolare istitutivo della UE così come è oggi, il trattato di Maastricht.

Il dilemma del (sovranista) prigioniero (dell’euro)

Oggi però Borghi, mentre commentava le dimissioni annunciate di Theresa May ha scritto sul suo social preferito che la fortuna del Regno Unito, in questo periodo di caos che si protrae dal 2016 è quella di avere una moneta sovrana: «l’economia UK va benone, disoccupazione a zero e salari in aumento. Avesse avuto €? Default». Tradotto: se il Regno Unito fosse stato dentro la moneta unica la Brexit – o meglio quello che per ora è il percorso per arrivarci in un tempo non ancora definito – sarebbe stata decisamente meno indolore perché il Paese sarebbe andato in default.

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Ora sappiamo tutti che Salvini ora non vuole la Brexit italiana – la cosiddetta Itaexit – ma sappiamo anche che una delle condizioni fondamentali del Piano B di Paolo Savona è quella di non rendere manifeste le nostre intenzioni. Altrimenti chi gioca contro l’Italia fa presto a speculare. Al momento il piano dell’ex ministro agli Affari Europei rimane nel cassetto però non sfuggirà ai più che l’Italia si trova in una condizione diametralmente opposta a quella britannica. Non solo la nostra economia non va affatto bene, non solo la disoccupazione non è affatto a zero ma siamo nell’area euro. Uscire come sta facendo Theresa May quindi non è un’opzione percorribile, perché il rischio appunto è il default.

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Come fare allora? Non è che l’affermazione di Borghi implica che se provassimo ad uscire dall’euro faremmo default? È esattamente così, e non succederebbe solo a noi ma a “qualsiasi paese con moneta non propria” che “la tirasse in lungo per anni”. Naturalmente nell’area euro ci sono solo paesi con “moneta non propria”. Questo significa che uscire dall’Euro tirandola per le lunghe – ricordiamo che l’articolo 50 prevede due anni di tempo – significherebbe uscire “tritati”. Come fare quindi, nell’eventualità assolutamente ipotetica dovessimo decidere un giorno di uscire dall’Euro come sognano i sovranisti e come prometteva la Lega in campagna elettorale? Borghi spiega che è «l’esecuzione che conta». Ci tocca qui interpretare le parole del deputato leghista. Posto che l’Italia non si può permettere di uscire dall’euro in tempi “lunghi” e posto che le trattative per l’uscita richiedono del tempo l’unica alternativa sarebbe quella di uscire di soppiatto, dalla sera alla mattina.

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Solo in questo modo si eviterebbero eventuali “attacchi speculativi”, corse agli sportelli per ritirare i risparmi e fughe di capitali all’estero. C’è un problema però: questa strategia di esecuzione deve essere portata a compimento senza che lo sappia nessuno (o al limite informando pochissime persone) per non diffondere il panico, finanziario e non. Ma questo non solo significherebbe sorprendere i mercati ma pure gli italiani, e soprattutto esporrebbe il nostro Paese ad una tempesta di dimensioni catastrofiche. Uscire senza garanzie significa trovarsi dall’oggi al domani fuori dal mercato unico europeo, fuori dalla moneta unica europea, con un debito pubblico monstre in euro da rinegoziare con gli ex partner che difficilmente sarebbero accondiscendenti (e la UE non lo è stata nemmeno con il Regno Unito che è uscito a modino). Il risultato: il default, ma sovrano.

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