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Banca Etruria, la pace scoppiata tra Renzi e Visco

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Nelle scorse settimane gli esponenti del Partito Democratico si sono dedicati a un’intensa attività di guerra nei confronti di Bankitalia – spesso utilizzando argomenti curiosi – che sembrava proprio la diretta conseguenza del fallimento della strategia di sostituzione del governatore messo in atto con la famosa mozione Visco poi disattesa dal governo, che ha confermato l’inquilino di Palazzo Koch in un CdM nel quale erano opportunamente assenti i ministri renziani.

La pace scoppiata tra Renzi e Visco

Ieri gli esponenti del Partito Democratico hanno improvvisamente perso tutti insieme la voce sulle “responsabilità di Bankitalia” e hanno passato la giornata a tessere le lodi del governatore Visco che in audizione in Commissione Banche ha raccontato delle richieste di informazioni su Banca Etruria da parte di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi nei confronti di via Nazionale, escludendo però qualsiasi pressione e scorrettezza da parte dell’esecutivo allora in carica.
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C’è chi, come Stefano Feltri sul Fatto, insiste con molti argomenti sul conflitto d’interessi: «L’articolo 346 bis del codice penale stabilisce infatti che è punibile chi “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio”. Nessun pm ha contestato illeciti alla Boschi, ma i banchieri che si rivolgevano a lei (direttamente o tramite suo padre) lamentando le ingerenze di Bankitalia di sicuro speravano che lei sfruttasse i suoi rapporti per trarne qualche utilità spingendo pubblici ufficiali a cambiare i propri comportamenti».

La commissione banche è la resa di Renzi

Ma la sensazione generale è che mentre la commissione banche voluta dal Partito Democratico stava trasformandosi in un clamoroso boomerang con la testimonianza di Vegas – e in attesa di quella di Ghizzoni, prevista per oggi – il Partito Democratico abbia deciso un silenzioso cambio di rotta, evitando di attaccare a testa bassa Banca d’Italia con argomenti a volte persino risibili – e che dimostravano scarsa conoscenza di leggi, norme e prassi sulla tematica – e trovando così la possibilità di chiudere in maniera onorevole una vicenda che stava facendo male soprattutto alla leadership e alla classe dirigente renziana del partito.
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Una sensazione che è in qualche modo avallata anche dal retroscena firmato da Federico Fubini sul Corriere della Sera, dove si parla di un Renzi che «ha cercato un contatto con la Banca d’Italia, negli ultimi giorni, per provare a arrivare a una tregua. Non lo ha fatto direttamente — troppo complicato — ma attraverso intermediari che aprissero un dialogo con i vertici di Via Nazionale prima che Visco si sedesse davanti alla commissione. Renzi ha spinto, proposto, fatto capire che avrebbe apprezzato qualunque disponibilità del governatore a smussare i toni, levigare gli spigoli, magari qua e là scivolare senza soffermarsi troppo. A giudicare dalle dichiarazioni, questa offensiva diplomatica dev’essersi consumata domenica scorsa».

Il silenzio di Orfini

E d’altro canto che qualcosa fosse cambiato nell’atteggiamento del Partito Democratico è indubbio e si nota dal cambio di atteggiamento di Matteo Orfini. Soltanto il 2 dicembre scorso il presidente del Partito Democratico era piuttosto determinato nel sottolineare le presunte topiche del sistema di vigilanza, che notoriamente fa capo a Bankitalia. Nell’intervista rilasciata all’epoca a Francesca Schianchi diceva:

«Ma noi stiamo lavorando da mesi. E in tutti i casi emergono temi ricorrenti: manager spregiudicati e in alcuni casi pericolosi e un meccanismo di vigilanza che non ha funzionato, con difficoltà di dialogo tra Consob e Bankitalia. E poi una cosa molto inquietante è come Bankitalia abbia potuto considerare una banca in difficoltà come la Popolare di Vicenza un perno intorno a cui aggregare parte del sistema».

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Eppure ieri, ricorda sempre il Corriere, “In aula per l’audizione Matteo Orfini, presidente del Pd, ha ascoltato senza porre una sola domanda. «Questione di stile»,spiegherà più tardi“. Chissà a quale stile si riferisce di preciso. E a quello di chi.