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Tria, dimissioni dopo la manovra?

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Giuseppe Conte ieri ha smentito che il ministro dell’Economia Giovanni Tria abbia offerto le sue dimissioni durante la trattativa per il DEF che ha portato alla vittoria della maggioranza sull’inquilino di via XX Settembre. Eppure sui giornali continuano a rimbalzare racconti e ipotesi sul suo addio al ministero, programmato addirittura per dopo la Legge di Bilancio.

Tria, dimissioni dopo la manovra?

Il ministro avrebbe ricevuto una telefonata di Mattarella che l’avrebbe dissuaso dal proposito di andarsene sbattendo la porta. Ma la fiducia, spiega oggi Roberto Petrini su Repubblica, sarebbe a tempo.

Chi conosce bene Tria sa che le telefonate più frequenti sono quelle con gli economisti di Tor Vergata, la sua vera passione, da Luigi Paganetto agli allievi più vicini. Ma ieri l’interlocutore principale è stato il Ragioniere generale Daniele Franco, anche lui sotto attacco furioso da parte dei Cinque Stelle: le tabelle del Def non sono ancora uscite, perché non sono definite. Ci sono ancora una serie di variabili, a partire da quella del rapporto debito-Pil: il Tesoro sta facendo di tutto per mostrare almeno una impercettibile riduzione, ma non vuole ricorrere a “trucchi”.

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Deficit/PIL, l’andamento (La Repubblica, 28 settembre 2018)

Come quello, ad esempio, che i gialloverdi conoscono bene: alzare la quota prevista di privatizzazioni e manipolare il rapporto stock-flussi, cioè diminuire l’impatto del nuovo deficit sul debito aumentando le poste di spesa puramente finanziarie. Questa la nuova grana di Tria nelle ultime ore.

Torna così il dilemma del ministro dell’Economia, che deve averlo tormentato ancora ieri, giorno del suo settantesimo compleanno: abbandonare o restare fino alla fine? Ascoltare il Quirinale, come ha fatto, e compiere l’ultimo sacrificio in base alla tesi che «se cade Tria sarebbe anche peggio». Oppure sbattere la porta, fare un ultimo atto di ribellione e abbandonare i gialloverdi, lo spread e i conti pubblici al proprio destino.

Andarsene sbattendo la porta?

Tria era convinto di spuntarla sull’1,6% di deficit che comunque rappresentava un buon risultato rispetto alla partenza dello 0,8% e che sarebbe stato digerito facilmente dall’Europa e dai mercati. Secondo lui ci si sarebbe potuti spingere anche più in là, a patto di utilizzare quei soldi per gli investimenti. Invece la maggioranza gialloverde lo ha messo spalle al muro e la sua rigidità di partenza non lo ha aiutato nella trattativa. E così, mentre il capogruppo della Lega Molinari alla Camera ventilava in tv l’ipotesi del suo addio a via XX Settembre, lui ha deciso per l’ennesima volta di tirare a campare per non tirare le cuoia, nel più classico schema da Prima Repubblica.

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I numeri del DEF (Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2018)

I suoi collaboratori nel frattempo finiti nel mirino del M5S Alessandro Rivera, Roberto Garofoli e Daniele Franco per motivi diversi hanno pensato all’addio a via XX Settembre ma alla fine anche loro sarebbero stati convinti dall’appello alla responsabilità del Quirinale. Ma non per molto, spiega il Messaggero:

L’idea, confessata da Tria ieri ai suoi collaboratori, è quella di attendere l’approvazione della manovra da parte del Parlamento, secondo i desideri della coppia di vicepremier Di Maio e Salvini, e poi lasciare. Anche perché non si tratta di difendere il 2,4% solo quest’anno, ma anche nei prossimi due. Ovvero spingere ancora più in alto la massa di debito pubblico per lo più destinata a finanziare spesa assistenziale e pochi investimenti.

Molte sponde, sulle quali faceva affidamento Tria, hanno ceduto. Oltre al premier Conte e ad una Lega nervosa – ma alla fine accondiscendente di fronte anche alla prospettiva di poter incassare il commissario straordinario che ricostruirà il ponte di Genova – Tria è risultato sconfitto e, secondo gli analisti di Bnp Paribas «la scelta di far passare la linea del 2,4% ha danneggiato la credibilità del ministro Giovanni Tria come garante della prudenza fiscale».

Il problema è che procrastinare le dimissioni non aiuta certo Tria a rivalutare politicamente la sua figura, visto che l’Italia è il paese dove le dimissioni si annunciano, non si danno mai. E una minaccia reiterata alla fine diventa poco credibile, come nella favola di Pierino e il lupo. Il problema è che qui però sono tutti lupi. Anche quelli che sembrano agnelli.

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