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«Tria può lasciare il posto a un altro»

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“Io penso che delle cose che fa il Tesoro debba parlarne il ministro dell’Economia. Io non ne ho parlato”: Giovanni Tria ieri pomeriggio è tornato ufficialmente in bilico a via XX Settembre con una battuta su Alitalia che rintuzzava quanto uscito sui giornali in mattinata, ovvero la possibilità che il MEF entri nel capitale della nuova Alitalia con il 15%. Una possibilità che era stata ventilata da Luigi Di Maio, il quale, in quanto a promesse su cose di competenza altrui è un maestro.

Alitalia e la lite tra Di Maio e Tria

Dietro le scintille c’è un contrasto sempre più evidente tra Tria e il resto del governo, anche se i lapsus freudiani  del ministro non sembrano poi in nessun modo seguiti dai fatti e anzi il responsabile di via XX Settembre ha anche deciso di fregarsene dei richiami dell’UPB e confermare le previsioni del DEF quando aprire quel fronte sarebbe stato il modo migliore per riportare la Lega e il MoVimento 5 Stelle sulla via presa questa estate con la famosa intervista di Salvini sui vincoli europei da rispettare. Ciò nonostante, nei retroscena di oggi Tria è ancora dipinto come un ministro in bilico e tentato di lasciare l’incarico. Il ministro lo avrebbe addirittura spiegato ai colleghi che gli sono più vicini, secondo un retroscena di Repubblica a firma di Tommaso Ciriaco e Alberto D’Argenio:

Spiega loro di sentirsi stanco, provato, soprattutto «delegittimato». Forse non a caso i rumors di sue dimissioni riprendono forza. In realtà, lo schiaffo di Luigi Di Maio ha complicato una situazione già incastrata forse senza rimedio. Litigano su tutto, anche sull’ipotesi dei Cir, i Btp per italiani che piacciono ai 5S, stroncati ieri dal ministro: «Ne ho letto sui giornali, al Mef non se n’è parlato….». E dire che il responsabile del Tesoro non ha mancato di spiegare al leader grillino perché quel piano su Alitalia non può funzionare.

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Il conto di Alitalia (finora) (Corriere della Sera, 13 ottobre 2018)

Suggerimenti ultrariservati, preventivi, per evitare una fuga in avanti che invece c’è stata. Consigli che in buona sostanza recitavano: il progetto sul vettore si espone al rischio di una bocciatura di Bruxelles, presta il fianco a una procedura per aiuti di Stato, complica una trattativa già drammatica con la Commissione Ue. La risposta del 5S, però, è stata gelida. Peggio: indifferente. «Se Tria non si riconosce nel progetto – il senso della replica del vicepremier che trapela a sera – può lasciare il posto a un altro».

«Tria può lasciare il posto»

Non è il primo invito a prendere cappello che il M5S fa al ministro dell’Economia, al quale nelle scorse settimane, all’epoca delle coperture da trovare per la manovra, era stato detta più esplicitamente la stessa cosa sempre da Di Maio. Tria non è mai sembrato molto impressionate. Ufficialmente perché gode della stima del Quirinale e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ritiene che questa basti a legittimarlo politicamente a ricoprire la carica.

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I conti di Alitalia (Il Messaggero, 14 agosto 2018)

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Ufficiosamente, magari, perché la leggenda del Tria salvatore è invece proprio una leggenda, e il ministro tirerà a campare per non tirare le cuoia anche se la situazione dovesse precipitare. Il Messaggero, in un articolo di Alberto Gentili, disegna però un altro scenario nel quale si staglia di nuovo la figura di Paolo Savona in via XX Settembre:

Da vedere come finirà. Chi conosce Tria racconta: «Giovanni è uno che non si arrabbia mai, ma quando si arrabbia diventa una belva. Risulta quasi ingovernabile…». Ebbene, il ministro non ha apprezzato affatto l’«invasione di campo» di Di Maio, con il quale bisticcia ormai da mesi ricevendo in cambio a settimane alterne velate (e poi negate) richieste di dimissioni. Dalla “manina” in luglio della Ragioneria generale contro il decreto Dignità, all’apparato tecnico del Mef che il grillino vuole smantellare. Dal braccio di ferro sulla nota di aggiornamento del Def, alle nomine nelle aziende partecipate.

Ed è proprio di ieri la notizia di un nuovo sgarbo: per nove volte Tria aveva mandato deserta l’assemblea del Gestore servizi energetici (Gse) per impedire l’ascesa di Roberto Moneta, candidato grillino, nel ruolo di ad. E cosa fa Di Maio? Mentre il rivale era a Bali ha compiuto quello che per Tria è «un colpo di mano»: la nomina, appunto, di Moneta al vertice del Gse.

Per questo Tria era così arrabbiato e ha usato Alitalia come merce di scambio per far sentire la sua ostilità. I 5 Stelle però non si preoccupano e parlano di un possibile rimpasto a gennaio con Savona all’economia. Bisognerà però cercare di fregare Mattarella. Non esattamente il primo che passa.

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