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Siria, bombe e complotti

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Siccome la verità è di solito la prima vittima della guerra, Viviana Mazza sul Corriere della Sera oggi riepiloga le domande aperte, le accuse e le teorie del complotto che hanno girato in questi giorni dopo l’attacco chimico a Khan Sheikun e la reazione di Donald Trump. La prima domanda a cui l’articolo risponde è la classica: perché Assad avrebbe usato i gas se la situazione diplomatica e militare giocava a suo favore, con l’aiuto della Russia e dell’Iran aveva messo in ginocchio i ribelli e gli Stati Uniti avevano appena dichiarato di non considerare una priorità il cambio di regime?

Diversi esperti replicano che quella che sembrerebbe un’azione incomprensibile di Damasco, è in realtà una strategia deliberata di escalation della violenza contro i civili. Dal 2012 in poi il regime ha bombardato con l’artiglieria, gli elicotteri e i jet, e anche dopo l’accordo per la rimozione delle armi chimiche monitorato dagli ispettori internazionali, avrebbe condotto almeno tre attacchi con gas al cloro, con scarse reazioni internazionali. In cerca di una vittoria definitiva, la provincia di Idlib, controllata da un misto di miliziani qaedisti ed altri appoggiati dagli Usa e dai loro alleati, è cruciale.
È rimasta una delle poche roccaforti nemiche ed è situata su un’autostrada chiave che collega la città di Hama alle località ribelli del nord. Beyza Unal, specialista di armi chimiche del think tank britannico Chatham House, dice al Corriere che «usare le armi chimiche non è razionale ma i regimi non operano in modo razionale, l’abbiamo visto nella Storia. Quando prevedono che non ci sarà reazione, scelgono l’opzione che considerano migliore. Usare le armi chimiche è un’arma psicologica importante per demoralizzare completamente i nemici, dimostrando la propria totale impunità».

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Le alleanze in Siria (Corriere della Sera, 9 aprile 2017)

La seconda è: Mosca sapeva che il regime intendeva lanciare un attacco chimico?

Cinque ore dopo che i gas si sono sollevati da Khan Sheikhoun, un aereo non identificato ha bombardato l’ospedale nel quale venivano curate le vittime. Il Pentagono indaga per capire se sia stato un jet russo, allo scopo di distruggere le prove. Secondo l’intelligence Usa, un drone russo sorvolò quell’ospedale poco prima, ma queste ricognizioni sono di routine e non può essere provato che l’operatore sapesse cosa stava accadendo.

Infine: che danni ha provocato il raid USA?

Secondo la tv Abc la base era stata in gran parte evacuata — facendo pensare che Mosca (informata preventivamente dagli Usa) abbia avvertito Assad (gli americani affermano comunque di aver evitato di colpire le caserme del personale). Per Damasco sono stati uccisi almeno 7 soldati e 9 civili tra cui quattro bambini, anche se la base è a una certa distanza dalle zone abitate. Bilanci a parte, resta un dubbio sul lungo periodo: è possibile per l’America alterare il corso di una guerra simile con raid limitati e simbolici? Gli studiosi rispondono di no. Bisognerebbe colpire al cuore il regime, non necessariamente rovesciando Assad, ma distruggendo in modo significativo le infrastrutture dell’aviazione. Ci si domanda pure: che cosa ne sarà ora della lotta all’Isis, che era la priorità più volte ripetuta di Trump in Siria?

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