Economia

Perché Gualtieri ha ragione sulla flat tax

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Per il nuovo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si chiude la stagione dei minibot e della Flat Tax. In un’intervista a Repubblica il titolare di via XX Settembre spiega che oggi le priorità sono altre: «investimenti verdi, lavoro e asili nido». Quota 100, che Salvini da giorni dice verrà abolita, rimarrà fino alla scadenza (nel 2021) e anche il Reddito di Cittadinanza e il Bonus Renzi degli 80 non saranno aboliti.

Indebitare lo Stato italiano per tagliare le tasse ai ricchi non ha senso

Per la Flat Tax, la tassa piatta al 15% è la fine. Non si farà. E di ragioni ce ne sono parecchie. La prima è che non ci sono i soldi per farla. Perché da sola richiederebbe tra i 40 e 50 miliardi. Risorse che in campagna elettorale nel 2018 il Centrodestra diceva di voler recuperare dal taglio delle agevolazioni fiscali. Un modo per dire che si sarebbero tolte le agevolazioni a favore di chi guadagna poco per una riforma che avvantaggia sopratutto chi guadagna di più. Salvini, ad onor del vero, non ha mai pronunciato una parola definitiva sul costo della Flat Tax, anzi ha dato i numeri dicendo che sarebbe costata di volta in volta 50 miliardi, 10, 15 o 30. Anche il concetto di “flat tax” è stato piuttosto variabile, si è parlato di un’aliquota sola, poi di due (15% e 20% o 15% e 38% per i redditi più alti).

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Quello che è certo però è che per la Lega la soluzione per farla era quello di fare più debito. Che si trattasse di 10, 15 o la cifra monstre di 50 miliardi per Salvini era semplice: bastava indebitare maggiormente gli italiani. E più debito significa anche meno risorse disponibili per i servizi: ospedali, scuole, forze dell’ordine e così via. Per i ricchi non sarebbe poi stato un grande problema: loro, come ha spiegato Giorgetti, non vanno nemmeno più dal medico di base e preferiscono le analisi a pagamento.

Quando il MoVimento 5 Stelle era per la Flat Tax

Del resto che Gualtieri fosse contrario alla Flat Tax era noto. Nel febbraio del 2018 fu protagonista di uno scontro con Alberto Bagnai proprio sul concetto di tassa piatta. «La Flat Tax è un’aliquota unica che riduce le tasse a chi ha i redditi alti. Se si mette l’aliquota al 23% chi guadagna un milione di euro risparmia moltissimo. I redditi medio bassi pagano lo stesso», diceva all’epoca il futuro ministro dell’Economia spiegando che l’effetto dell’aliquota unica sarebbe stato quello di «privare il bilancio dello stato di 40 50 miliardi di euro per ridurre le tasse a chi guadagna tanto».

Ma non serve certo parlare di redditi milionari per capire chi avrebbe beneficiato del taglio delle tasse. Anche perché nei programmi del precedente governo ci si sarebbe dovuti fermare intorno ai 55mila/65mila euro di reddito familiare. Qualche tempo fa Piazza Pulita aveva fatto una simulazione per alcune fasce di reddito “tipo” ed era saltato fuori che per i redditi medio bassi non sarebbe cambiato praticamente nulla. Mentre chi guadagnava di più si sarebbe tenuto in tasca molto di più.

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I leghisti come Francesca Donato invece andavano in giro a dire che la Flat Tax conveniva proprio ai poveri citando i grandi paesi dove la tassa piatta c’è già (ad esempio l’Albania) e spiegando che in ogni caso i ricchi avrebbero usato i soldi risparmiati per far ripartire i consumi e quindi ci avremmo guadagnato tutti (e non dimenticatevi di ringraziare). Sarà interessante vedere ora cosa dirà il MoVimento 5 Stelli, quelli che la Flat Tax l’hanno messa nel famoso Contratto di Governo senza battere ciglio. Due mesi fa la sottosegretaria (passata e attuale) del MEF Laura Castelli diceva che la tassa piatta era superata ma che in ogni caso «non siamo contro la flat tax». Per la Castelli era tempo di parlare di una “flat tax” a tre aliquote (un controsenso linguistico abituale nella politica) che però avrebbe scontentato tutti e non sarebbe servito a nulla. Ora speriamo che quella stagione sia davvero finita.

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