Economia

Quanti crediti deteriorati ci sono nelle banche italiane

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L’emergenza legata ai «non performing loans» (npl), i crediti deteriorati difficili se non impossibili da riscuotere nelle loro diverse declinazioni tra sofferenze, inadempienze probabili e sconfinamenti, è scattata dopo la lettera della BCE alle banche italiane in cui Francoforte chiede l’azzeramento entro un numero di anni variabile fino a nove. La mossa, combinata alla recessione in arrivo, può portare a una tempesta di cui soffriranno le più esposte: per ora Carige, Popolare di Bari e MPS. Poi le altre. Le cessioni a grandi operatori del mercato (per lo più internazionali) di questi prestiti marci che a lungo hanno piegato i bilanci delle banche hanno raggiunto il massimo storico proprio nel 2018, superando i 70 miliardi di euro, come ha calcolato una recente ricerca di Pwc. Il volume lordo di tali esposizioni deteriorate già a fine giugno è sceso a 222 miliardi lordi, contro i 264 miliardi di fine 2017. Al netto di svalutazioni e accantonamenti le sofferenze sono scese a novembre, secondo i dati dell’Abi, a 37,5 miliardi contro gli 85,2 del novembre di due anni prima.

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I crediti deteriorati delle banche italiane (La Stampa, 17 gennaio 2019)

La Stampa pubblica oggi un’infografica che riepiloga le sofferenze delle banche italiane: gli analisti di Mediobanca, per dire, hanno calcolato in 15 miliardi gli accantonamenti necessari al sistema nel suo complesso per centrare l’obiettivo, il 17% degli utili cumulati fino al 2026. In concreto, Carige tenterà un piano di ricapitalizzazione privata che, se non dovesse andare in porto, sarà sostituito – sempre ammesso che la Ue lo consenta da un aumento di capitale precauzionale fino a un miliardo da parte dello Stato. Più insidioso il caso della Popolare di Bari, per ora formalmente non in crisi, ma alle prese con un piano di aumento di capitale e trasformazione da cooperativa in società per azioni che in primavera dovrà essere approvato dall’assemblea dei 70.000 soci. In Puglia si preannuncia uno psicodramma simile a quello delle banche venete, quando i soci furono chiamati a votare su due alternative entrambe dolorose: bocciare Spa e aumento, con tutti i rischi per la solidità della banca, o votare a favore della proposta in arrivo dal consiglio di amministrazione autocertificando così il sostanziale azzeramento del valore delle proprie azioni.

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