Economia

L’intervento pubblico nel futuro prossimo di Carige

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«Poiché è ragionevole temere che gli esiti degli ultimi stress test su Carige pongano in evidenza ulteriori esigenze di capitale, nonostante il derisking in atto, è possibile che l’intervento pubblico sul capitale diventi necessario, comunque previa appovazione di Bruxelles»: lo scrive oggi Rainer Masera su Repubblica Affari & Finanza prefigurando l’arrivo dello Stato nella banca genovese vista la difficoltà attuativa degli altri scenari di salvataggio.

L’intervento pubblico nel futuro prossimo di Carige

Le regole esistenti prevedono un intervento “ponte”, come è stato nel Montepaschi, non certo la creazione di una banca di Stato, spiega lo stesso Masera, che sostiene che questo è necessario a causa dell’arma spuntata del Bail In, ovvero del principio in base al quale se fallisce una banca devono pagare gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti che hanno mantenuto depositi al di sopra della garanzia statale, ovvero oltre i centomila euro:

Le regole Brrd vorrebbero privilegiare il bail in ma con la dichiarazione di dissesto o solo di rischio innescano l’avvio della risoluzione. Ciò implica criteri di valutazione rigidi che sospingono verso l’insolvenza. In assenza di un Fondo europeo di garanzia dei depositi, si ripropone l’intreccio tra rischio delle banche e rischio sovrano. Le banche nazionali non dispongono di un safe asset europeo. La Banca d’Italia aveva elaborato una serie di critiche all’impianto della regolazione in discussione già nel marzo 2013. Non ha avuto successo.

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I due testi a confronto

Nel caso italiano le difficoltà sono acuite dal fatto che il fondo di garanzia interbancario non opera in regime di capitalizzazione: il salvataggio dei depositi in caso di fallimento può ricadere sui bilanci del sistema con contagi e pulsioni destabilizzanti. È in questo contesto complesso che va valutato il Dl 2019/1 su Carige. Poiché è ragionevole temere che gli esiti degli ultimi stress test su Carige pongano in evidenza ulteriori esigenze di capitale, nonostante il derisking in atto, è possibile che l’intervento pubblico sul capitale diventi necessario, comunque previa appovazione di Bruxelles.

D’altro canto anche gli obbligazionisti di Carige non sono stati salvati dall’intervento del governo, anche se qualcuno ha provato ad attribuirsene i meriti via social network.

Il futuro di Carige

Ecco perché Carige non ha un futuro in solitaria. La preferenza della Bce è per una ricapitalizzazione di mercato, ma i commissari sanno bene che sarà difficile trovare una soluzione del genere se prima non si risanano i conti della banca. Anche la ricapitalizzazione precauzionale con denaro pubblico dovrà passare attraverso l’approvazione della BCE e il piano di Viola per le venete venne respinto aprendo la porta alla liquidazione coatta amministrativa. Carige invece è ancora solvibile ma ha crediti ammalorati per 2,8 miliardi. L’intervento del Fondo Interbancario era necessario per mantenere i coefficienti di capitale richiesti dalla BCE.

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Vignetta da Twitter

Commenta oggi Ferruccio De Bortoli sul Corriere Economia:

L’uso dei soldi pubblici — le nazionalizzazioni sono altra cosa — per salvare le banche è spesso una necessità. Per qualsiasi governo. Non c’è scelta. Il risparmio è un bene pubblico. Se manca la fiducia dei risparmiatori e dei clienti nei confronti di una banca di rilievo, l’effetto contagio è sicuro. È stato così in molti Paesi. Noi siamo arrivati però tardi e male. C’è poi un paradosso. Se si voleva una dimostrazione del «legame siamese» fra banche e debito pubblico la vicenda Carige, e ancora prima quella del Monte Paschi, sono perfette. E la tesi di considerare i titoli pubblici nelle banche privi di rischi un po’ più debole.

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