Opinioni

Deficit al 2.4%: come tagliare il ramo su cui siamo seduti

Con il DEF al 2,4%, come ben spiegato in questo commento di Michele Boldrin, il governo legastellato non propone alcuna misura per favorire la crescita economica e si limita a redistribuire le risorse in favore del proprio elettorato di riferimento. Quella che nel breve, può apparire un progetto logico e, tutto sommato coerente con le promesse fatte in passato, sebbene in modalità e misura molto più contenute, è in realtà una strategia miope e autolesionista che esaspera la pressione su chi produce ricchezza riducendo ulteriormente gli incentivi a creare valore.

I fautori della più cinica realpolitk italiota potranno limitarsi a osservare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole: si compra consenso con la spesa pubblica, come già fatto da un’intera classe politica per decenni, cercando di trasferire gli oneri più immediati e visibili su chi ha minore probabilità di appartenere alla schiera dei propri elettori, ma soprattutto cercando di rinviare quanto più possibile ai posteri il conto da pagare. Le due considerazioni aggiuntive, che andrebbero esaminate con cura, riguardano da un lato gli spazi sempre più ridotti per vessare i contribuenti presenti e trasferire oneri a quelli futuri, dall’altro il circolo vizioso che soffoca le potenzialità di crescita riducendo sempre più la torta complessiva che i politici si affannano continuamente a redistribuire a vantaggio proprio e dei propri elettori. A testimonianza del fatto che siamo vicini al punto in cui l’ultima goccia rischia di far traboccare il vaso si può considerare che:

1. Con un rapporto debito/Pil arrivato al di sopra del 130%  anche la semplice ipotesi di un deficit di bilancio ritenuto eccessivo innesca pericolose pressioni ribassiste sul debito pubblico del nostro paese – relegandoci ad uno status di “sorvegliati speciali” in merito alla sostenibilità del debito

2. Oltre rapporto precedente il nostro paese è caratterizzato da diversi squilibri di carattere macroeconomico quali una spesa per trattamenti pensionistici tra le più elevate, un sistema giudiziario troppo lento, un mercato del lavoro troppo rigido (in minima parte aggravate dal decreto dignità ) che aggravano le condizioni di fragilità del nostro paese

3. Il momento storico, con la fine del quantitative Easing contribuisce ad amplificare le tensioni sui nostri titoli

4. Sia la spesa pubblica (che si vuole incrementare) che la pressione fiscale (che occorrerà alzare per far fronte all’incremento di spesa) sono già a livelli molto elevati:
a. La prima supera il 50% del prodotto interno lordo senza tenere conto del perimetro della Cassa Depositi e Prestiti e delle altre numerose grandi imprese che nel nostro paese sono controllate anche indirettamente dallo stato (es aziende municipalizzate)
b. La seconda era stimata al 55%  da Confcommercio a fronte di un livello di “pressione apparente” (rapporto semplice tra gettito e Pil)del 45%

luigi di maio paracadute 1

Dunque gli spazi per comprare consenso a suon di spesa appaiono ridotti e la strategia di sfidare i mercati con un deficit troppo elevato, appare quanto meno rischiosa.
La seconda considerazione ha a che fare con le prospettive di medio termine del nostro paese, la quota di popolazione che paga il conto di queste politiche opportunistiche si è ridotta nel tempo e sembra destinata a ridursi ancora di più in futuro:

1. Per motivi demografici  con una quota della popolazione a riposo crescente sul resto della popolazione

2. Per motivi legati alla crescita economica del paese che vede il prodotto interno lordo ristagnare da decenni e quello pro-capite ritornato ai livelli di fine anni novanta

3. Per il contesto sfavorevole alla libera iniziativa che vede lavoratori e imprese tra i più produttivi decidere di trasferirsi in altre giurisdizioni

Compreso quindi che la scelta di comprare consenso con la spesa pubblica non è affatto nuova, e che siamo pericolosamente vicini al punto in cui questa strategia scatena una corsa a vendere i nostri titoli, rimane una domanda di fondo prima per gli elettori dei partiti di governo e poi per tutti gli altri che rimangono convinti che la risposta ai problemi del paese passi da un aumento della spesa pubblica: siete sicuri che azzuffarsi per ingrandire la vostra fetta di una torta che diventa sempre più piccola sia una scelta intelligente? Come credete che reagiranno quelli che la torta la producono se gli resta una porzione sempre più piccola? Nel medio periodo esasperare le categorie di cittadini che producono la ricchezza del paese, per comprare il voto di quelle che principalmente la consumano è una strategia equivalente a segare il ramo sul quale si sta seduti.

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Massimo Famularo

Massimo Famularo è un esperto di Crediti Bancari Non Performing (Linkedin ) e blogger per Il Fatto Quotidiano  e Linkiesta