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Referendum per l'autonomia di Veneto e Lombardia, il bluff è servito

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La sceneggiata del referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia è pronta. Domani, dalle 7 alle 23, i cittadini governati da Roberto Maroni e Luca Zaia avranno l’ebbrezza di scoprire quanto è bello spendere 64 milioni di euro per una consultazione che non vale nulla allo scopo di attivare una procedura che si attiva con una raccomandata che costa cinque euro. In pratica, il referendum per l’autonomia spiega (ed è il peggior spot possibile) come spenderebbero i soldi i governatori leghisti se avessero l’autonomia.

Referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia, domani si vota

Ieri i leghisti hanno riconsegnato i 54 miliardi che sarebbero frutto del residuo fiscale che reclamano: li hanno simbolicamente riconsegnati alla Regione Lombardia davanti alla sede milanese dell’Agenzia delle Entrate. Altrettanto può dirsi dei 20 miliardi reclamati dalla Regione Veneto. Richieste avanzate in nome di uno slogan che si sente ripetere da decenni in quelle due regioni, e non solo dai leghisti: «Non vogliamo fare più gli eterni donatori di sangue, non vogliamo veder sparire i nostri avanzi fiscali per finanziare le regioni che sprecano». In realtà, fa notare oggi Marco Ruffolo su Repubblica, quei numeri sono molto ballerini:

Quei dati vengono da Eupolis, che è un istituto di ricerca e statistica della stessa Regione Lombardia, e dall’ufficio studi della Cgia di Mestre. Ci sono però altre ricerche che abbassano notevolmente le due stime, pur ammettendo che le tasse di lombardi e veneti sopravanzano i servizi ricevuti. Il problema è che non esiste alcuna valutazione ufficiale che possa chiudere la controversia. E questo perché mentre è piuttosto semplice capire quanto i contribuenti di una regione danno ogni anno al fisco, non è altrettanto facile sapere quanta spesa pubblica finisce poi in quella regione.

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Il referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia (Il Messaggero, 21 ottobre 2017)

«E’ così – spiega Paolo Balduzzi, ricercatore di scienza delle finanze all’Università Cattolica e collaboratore della Voce.info – ci sono spese pubbliche che sono difficilmente attribuibili alle singole regioni, come quelle per la difesa, o quelle destinate agli organi costituzionali. E poi bisognerebbe tener conto dell’età media: dove è più alta, si spende sicuramente di più per la sanità. Per queste e altre ragioni, esistono stime molto diverse sull’entità dei residui fiscali regionali». E allora capita di imbattersi in ricerche come quella dell’Università Cattolica, che valuta l’avanzo fiscale lombardo intorno ai 35 miliardi e quello veneto in 9 miliardi circa. E altri studi danno stime ancora più basse.

Ma questi sono dettagli per i governatori di Veneto e Lombardia, pronti a sfruttare un’occasione di propaganda che serve loro anche a livello di dibattito politico interno contro la Lega “nazionalista” di Matteo Salvini.

I veri conti del residuo fiscale

 
In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale.

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I veri conti del residuo fiscale (Il Messaggero, 21 ottobre 2017)

Ma questi dati non sono tra i pensieri dei fautori del referendum. Che se ne fregano anche dei 5 milioni di euro totali che Veneto e Lombardia dovranno spendere per assicurare l’ordine pubblico durante il voto, che si vanno ad aggiungere ai 64 milioni totali di costo per la manifestazione, funestata anche dall’acquisto di tablet che non sembrano nemmeno il massimo della sicurezza.

A chi serve il referendum sull’indipendenza fiscale?

Ma soprattutto non è automatico che ad un’eventuale vittoria dei Sì (i voti in Veneto e in Lombardia verranno ovviamente conteggiati separatamente) ai due quesiti referendari il Governo possa concedere l’autonomia fiscale alle due Regioni a guida leghista. Zaia e Maroni sono convinti che la maggior parte dei loro concittadini si esprimerà a favore di una maggiore autonomia, anche in virtù degli schieramenti emersi in Consiglio Regionale Veneto dove assieme al Centrodestra anche il MoVimento 5 Stelle ha votato a favore per l’approvazione dell’istituzione del referendum (il PD si è astenuto). L’ostacolo maggiore non è quindi la vittoria dei sostenitori dell’autonomia fiscale, dell’indipendenza degli schei, ma quello che succederà dopo. Con chi tratteranno Maroni e Zaia? Con il Governo Gentiloni (se ci sarà ancora) o aspetteranno di vedere chi vincerà le elezioni politiche se si andrà a scadenza naturale della legislatura, quindi nel 2018?
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Le richieste delle due Regioni sono chiare ma in una trattativa dovranno cedere qualcosa per portare a casa il risultato. Dulcis in fundo: per rendere concreta l’autonomia di Veneto e Lombardia sarà necessaria una modifica costituzionale, quindi una legge costituzionale. È abbastanza evidente che in questa Legislatura il Parlamento non potrà fare alcuna legge di modifica della Costituzione (l’articolo 116 richiede che l’intesa tra lo Stato e la Regione venga approvata dalla maggioranza assoluta in entrambe le Camere), ed è da vedere se nel prossimo la maggioranza avrà i numeri e la capacità di trovare un accordo. Di questo però nulla si sa e non si parla ancora, meglio cullare sogni di gloria (e di vittoria) che sicuramente verrebbero usati dalla Lega Nord per darsi una grande spinta in vista delle prossime elezioni politiche. E forse è tutto qui il senso dell’operazione autonomista di Zaia e Maroni, dare una mano al Salvini Nazionale ad arrivare al Governo. C’è quindi da chiedersi, ha senso far pagare ai cittadini (veneti o lombardi) il costo della propaganda leghista?