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Agli americani convengono davvero i dazi alla Cina?

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La Guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresenta uno dei pericoli maggiori per la tenuta finanziaria mondiale. Ne è convinto Larry Summers, 71esimo segretario del Tesoro americano ed ex rettore della Harvard University, che lo ha definito «il più dannoso momento finanziario dal 2009». Giovedì 1 agosto Donald Trump, attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, in corsa per la riconferma alle elezioni del 3 novembre 2020, ha annunciato una nuova misura economica a danno dei beni prodotti in Cina: una misura complessiva da 300 miliardi di dollari che si aggiunge alle precedenti misure varate da Trump a partire dal gennaio 2018 (circa 275 miliardi di dollari), quando Trump ha iniziato una vasta politica protezionistica per preservare gli interessi economici statunitensi. Se Trump non troverà un accordo commerciale con il suo omologo Xi Jinping, a settembre quasi tutti i beni dell’export cinese verso gli Stati Uniti potrebbero essere gravati da una vera e propria tassa. Martedì Larry Kudlow, il principale consulente economico di Trump, ha dichiarato che il governo «è aperto a ulteriori negoziati con la Cina» e che un incontro potrebbe esserci a settembre. In tanti negli Stati Uniti stanno chiedendo un cambio di strategia.

La svalutazione dello Yuan

La risposta della Cina in quella che è stata definita una vera e propria «guerra commerciale» tra le prime due economie al mondo è stata più blanda rispetto alle iniziative americane: circa 110 miliardi di dollari di dazi sulle merci americane. Da lunedì 5 luglio però Pechino ha annunciato aver svalutato lo Yuan, la valuta cinese, portandola dai 6,9 ai 7 renminbi sul dollaro, attestandolo ai livelli di undici anni fa. In pratica è come se da dall’oggi al domani agli americani (e i possessori di valuta americana) fosse stato applicato uno sconto di circa 1.5 punti percentuali sui prodotti cinesi. Che applicato ai numeri delle esportazioni fa un bel vantaggio competitivo. Con un tweet Donald Trump ha denigrato questa mossa, varata dalla People Bank of China (PBoC), come una «manipolazione della valuta», la stessa accusa che l’allora presidente statunitense Democratico Bill Clinton rivolse al gigante asiatico nel 1994. Un’accusa che le alte cariche politiche cinesi non hanno voluto commentare, al contrario di quanto fatto dalla PBoC, che ha giustificato la misura per allentare la morsa «dell’unilaterale protezionismo commerciale e alle aspettative di maggiori tariffe». Molti analisti hanno ipotizzato una possibile escalation del conflitto nei prossimi mesi, quando all’ingresso dei nuovi dazi americani Pechino potrebbe rispondere con una nuova svalutazione competitiva della valuta cinese, portando lo Yuan a un tasso di 7.5 mininbi sul dollaro. Si potrebbe verificare, però, al contrario, anche una tregua, come già avvenuto lo scorso dicembre, quando era stata fissata una deadline per attivare nuove sanzioni, ma sia Trump che Xijinping scelsero una tregua.

Guerra commerciale: difficoltà per gli investitori

La Goldman Sachs, una delle principali banche d’affari degli Stati Uniti e del mondo, in un report consegnato ai suoi clienti, ha confidato di non credere in un possibile accordo commerciale prima delle elezioni presidenziali del 2020, e di prevedere un lungo periodo di incertezza, nuove difficoltà per gli affari e disorientamento per gli investimenti delle aziende. La Goldman Sachs ha inoltre previsto che a seguito dell’inasprirsi della guerra commerciale con la Cina e la sempre più probabile Brexit senza accordo, costringerà la Federal Reserve, la Banca centrale statunitense, a tagliare i tassi di interesse due volte entro la fine dell’anno. Una misura adottata su forte pressione di Trump lo scorso 31 luglio e ritenuta una decisione storica, visto che è inusuale che l’economia statunitense sia “drogata” dai meccanismi delle banche centrali. L’ultima volta che fu intrapreso un taglio del tasso di interesse fu nel dicembre 2008, a pochi mesi dall’esplosione della crisi finanziaria innescata dalla bancarotta della Lehman Brothers, a settembre. Una crisi che poi si sarebbe diffusa a macchia d’olio nelle altre economie del pianeta.

Dazi: danni alle imprese americane più globalizzate

Come ha scritto Vittorio Carlini su Il Sole 24 Ore «svalutando la propria moneta [la Cina], ha reso più difficili le esportazioni statunitensi verso il Paese del Dragone. Se a questo si aggiunge lo stop agli acquisti di prodotti agricoli americani da parte di Pechino ben si capisce il perché del nervosismo di Trump. Le imprese americane possono pagare uno scotto non da poco a causa di questa strategia». Non solo. In un altro articolo Carlini ha spiegato che i dazi starebbero schiacciando «gli stessi profitti aziendali», soprattutto per quanto riguarda «gli utili delle società più globali di Wall Street» che nel secondo trimestre di quest’anno sono diminuiti del 13,6 percento. Al contrario, va detto, di quelle che producono più del 50 percento dei ricavi negli Stati Uniti , i cui profitti sono cresciuti di appena 4.4 punti percentuali. Per questo i migliori consiglieri economici di Trump, tra cui il segretario al tesoro Steven Mnuchin e il suo ex consigliere Gary Cohn, hanno cercato a più riprese di convincere Trump a uscire dalla provocazione con Pechino. In molti sostengono che la guerra tra i due principali colossi dell’economia mondiale si trasformerà a breve in un boomerang, che alla lunga potrebbe danneggiare sia le imprese americane meno competitive, sia le finanze cinesi. Quest’ultime, infatti, potrebbero subire la fuga di capitali all’estero per timore di un’eccessiva svalutazione delle proprie ricchezze a seguito di continue svalutazioni dello Yuan. Alcuni economisti hanno fatto notare che il calo delle importazioni degli Stati Uniti dalla Cina sia stato controbilanciato dalle importazioni da altri paesi: tra cui Vietnam, Messico ed Europa. Il pericolo, secondo alcuni analisti politici è che Trump sia troppo impegnato a mantenere la sua promessa di frenare la concorrenza sleale alla Cina per accorgersi che sta arrecando un danno alle aziende americane e non solo.

Dazi: danni agli agricoltori americani

«Gli agricoltori statunitensi, un collegio elettorale politico chiave per Trump, sono stati tra i più colpiti nella guerra commerciale tra le due maggiori economie del mondo». Lo sottolinea la Reuters, una delle più importanti agenzie di stampa al mondo. «Le spedizioni di semi di soia – continua – le più preziose esportazioni agricole statunitensi, verso il principale acquirente cinese sono scese al minimo di 16 anni nel 2018». Molti agricoltori in bancarotta, denuncia il Washington Post, stanno perdendo le loro tenute. Per rimediare al danno l’amministrazione Trump ha cercato di inserire nelle trattative l’obbligo di far acquistare prodotti agricoli americani alla Cina, ma data la minaccia di nuove sanzioni, il governo cinese ha annunciato di aver imposto alle aziende pubbliche cinesi di non comprare i prodotti agricoli coltivati negli Stati Uniti, peggiorando così ulteriormente la situazione degli agricoltori americani. Per compensare le perdite, l’amministrazione Trump ha stanziato fino a $ 28 miliardi (25 miliardi di euro) in aiuti federali dall’inizio della guerra commerciale lo scorso anno, mentre il Dipartimento dell’Agricoltura fino ad oggi ha erogato pagamenti per $ 8,6 miliardi (7.7 miliardi di euro) di aiuti diretti agli agricoltori. L’ultimo pacchetto di aiuti federali da $ 16 miliardi di dollari (14.2 miliardi di euro) è stato deciso a nei giorni scorsi.

I dazi sono una tassa ai consumatori americani?

Prendendo per esempio i dazi sulle lavatrici e sui pannelli solari, alcuni esperti hanno evidenziato come questa misura abbia introdotto un costo ai cittadini americani. Spesso infatti, il vantaggio competitivo è stato interpretato dai produttori a stelle e strisce come un invito ad alzare i prezzi e a massimizzare i profitti, e non un incentivo a tenere calmierati i loro prezzi. Va inoltre aggiunto che molti componenti vengono acquistati a basso costo proprio dalle aziende del Dragone. Studi dell’Università di Princeton, della Columbia University e della Federal Reserve di New York, hanno fatto emergere che durante lo scorso anno i dazi sono costati 3 miliardi al mese, e che questo costo sia ricaduto sui produttori e sui consumatori americani, non sulle aziende cinesi. Anche la Casa Bianca, nell’annuale report dei consiglieri economici di Trump, ha evidenziato come i produttori nazionali stiano traendo un piccolo vantaggio dagli aumenti dei prezzi creati dalle tariffe, ma che a compensare questi benefici siano i costi pagati dai consumatori sotto forma di prezzi più alti e di consumi ridotti. Una misura, chiarisce la Cnn, che starebbe danneggiando anche le casse pubbliche, che oltre agli incentivi elargiti dovranno fronteggiare in media 7.8 miliardi di dollari di minori entrate all’anno.

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