Economia

Rivalutazione: come cambiano le pensioni

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«La informo che la pensione a lei intestata è stata ricalcolata a decorrere dal 1 gennaio 2019, in applicazione dell’articolo 1, comma 260 della legge 30 dicembre 2018, n. 145». Così cominciano le lettere con cui l’INPS annuncia la perequazione delle pensioni: non cambia nulla per le pensioni fino a poco più di 1.500 euro lordi mensili (circa 1.200 netti), ovvero quelle che arrivano fino a tre volte il trattamento minimo Inps, per le quali l’incremento del costo della vita pari all’1,1 per cento viene riconosciuto integralmente.

E l’effetto è praticamente insignificante anche tra tre e quattro volte il minimo (cioè fino a circa 2.030 euro lordi al mese, circa 1.550 netti) che si vedono riconoscere il 97 per cento dell’inflazione registrata lo scorso anno. Al di sopra di questa soglia la percentuale di rivalutazione riconosciuta inizia a calare gradualmente, prima al 77 per cento, poi al 52, al 47 e al 45 per arrivare infine al 40 per cento destinato ai trattamenti superiori ai 4.565 euro lordi mensili, che quindi recuperano meno della metà dell’aumento del costo della vita. Questa “scaletta” inserita nella legge di Bilancio si confronta con lo schema che sarebbe dovuto tornare in vigore dal 2019, dopo i vari tagli alla rivalutazione operati dai vari governi che si sono succeduti in questo decennio.

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Rivalutazione: come cambiano le pensioni (Il Messaggero, 9 marzo 2019)

Un esempio:  una pensione che nel 2018 valeva 2.700 euro lordi mensili, circa 1.920 nette, con l’inflazione all’1,1 per cento avrebbe dovuto arrivare a 2.728, mentre con la nuova formula si fermerà a 2.715. Dal punto di vista dello Stato, l’operazione deve portare risparmi per 253 milioni quest’anno destinati a crescere a 742 il prossimo e poi a oltre 1,2 miliardi nel 2021. Dal taglio delle pensioni alte sono invece attesi circa 80 milioni l’anno.

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