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Quando Salvini si aspettava i soldi da Mosca

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«Non cerco regali, ma un prestito conveniente come quello concesso alla Le Pen lo accetterei volentieri». A parlare era l’allora eurodeputato leghista Matteo Salvini. L’anno era il 2014, il periodo in cui grazie all’operato dell’allora portavoce di Salvini Gianluca Savoini la Lega iniziava a stringere rapporti sempre più solidi con la Russia di Vladimir Putin e con il partito Russia Unita.

Salvini e il prestito russo à la Marine Le Pen

Salvini, eletto da poco meno di un anno Segretatario del Carroccio in Aula a Strasburgo aveva votato contro le sanzioni a Mosca per la crisi in Ucraina scatenata dall’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Una posizione che la Lega non più Nord mantiene ancora oggi, al punto di fare inserire il superamento delle sanzioni economiche verso Mosca anche all’interno del Contratto di Governo con il M5S.

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via Twitter.com

C’è stato un periodo quindi in cui a Salvini i soldi di Mosca avrebbero fatto piuttosto comodo: «lo accetterei da chiunque mi offrisse condizioni migliori di, per esempio, Banca Intesa» (e guardacaso Banca Intesa è uno dei nomi che vengono fatti nella conversazione rivelata da BuzzFeed). Un prestito come quello ricevuto da Marine Le Pen del Front National, che aveva incassato 9,4 milioni di euro (con un tasso di interesse al 6%) dalla First Czech Russian Bank, legata ad un oligarca russo vicino a Putin. Certo, soldi che sarebbero finiti a bilancio della Lega, ma pur sempre soldi di provenienza straniera. Mica male per quello che già cinque anni fa aveva iniziato a soffiare sul fuoco del sovranismo italico. Non a caso il suo consulente per le cose russe era all’epoca proprio il suo portavoce, nonché Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia.

E Savoini nelle interviste dell’epoca spiegava che lo scopo della sua associazione era «far capire agli italiani che far entrare l’Ucraina, questa Ucraina, in Europa è sbagliato e dannoso per tutti noi». Meglio invece rinsaldare i rapporti con la Russia, con un occhio alla Crimea dove tra le altre cose – si legge in un documento pubblicato dal Foglio – la paga di un operaio specializzato è di 100 euro al mese. Insomma i sovranisti di casa nostra avevano un occhio di riguardo per il dumping salariale che favorisce sempre i fenomeni di delocalizzazione.

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Qualche tempo prima, nell’ottobre 2014, Salvini aveva incontrato a Mosca proprio Vladimir Putin, si era fatto foto sulla Piazza Rossa con il cartello “Stop Invasione” e pubblicato post dove lodava l’efficienza russa come nemmeno il celebre Lambrenedetto XVI di YouTube; robe tipo «qui a Mosca non c’è un clandestino, non un lavavetri, non un campo Rom. E le ragazze possono prendere la metropolitana alle 2 di notte senza paura». Certo, poi gli operai hanno stipendi da fame, i pensionati altro che arrivare a fine mese, non arrivano nemmeno a fine settimana, i giornalisti muoiono come mosche, ma vuoi mettere? Ci vorrebbe un Putin anche da noi, chiosava il leader leghista. Chissà se nel frattempo ha imparato la lezione.

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