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Perché l’Italia non blocca la vendita di armi alla Turchia?

Lo dice Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, lo dice Luigi Di Maio ministro degli Esteri, lo dice l’intero Partito Democratico per una volta riunito. Ma la parte divertente della vicenda è che lo dicono tutti quelli che invece dovrebbero farlo

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Basta vendere armi alla Turchia: lo dicono tutti in Italia. Lo dice Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, lo dice Luigi Di Maio ministro degli Esteri, lo dice l’intero Partito Democratico per una volta riunito. Ma la parte divertente della vicenda è che lo dicono tutti quelli che invece dovrebbero farlo. A differenza di Francia, Germania e a altri paesi, l’Italia non ha ancora bloccato la vendita di armi alla Turchia e attende invece una decisione collegiale dell’Unione Europea.

Perché l’Italia non blocca la vendita di armi alla Turchia?

Ieri Di Maio dal palco di Italia 5 Stelle ha detto che al Consiglio Affari Esteri di oggi a Bruxelles chiederà che l’Ue blocchi la vendita di armi alla Turchia: «La Turchia fa un’azione unilaterale in Siria. Chi non considera la pace come valore fondante non può avere armi da nessun Paese Ue». Una nota di Palazzo Chigi spiega che «il governo italiano è già al lavoro affinché l’opzione della moratoria nella vendita di armi alla Turchia sia deliberata in sede europea quanto prima possibile» e che tutti gli obiettivi «devono essere raggiunti attraverso il coordinamento europeo». . L’Italia invoca una posizione unitaria dal momento che la decisione va presa dal Consiglio europeo all’unanimità. Ma, spiega oggi Il Fatto Quotidiano, per farlo serve tempo:

Difficilmente si riuscirà nell’immediato a incidere sulla posizione del presidente turco Erdogan, che ha già annunciato che il blocco della vendita delle armi non fermerà la sua avanzata contro i curdi nel Nord-Est della Siria ribadendo la minaccia di far arrivare in Europa milioni di profughi siriani. Già nel 2011 l’Europa ha deciso lo stop di vendite di armi all’Egitto, sull’onda della rivolta di Piazza Tahir contro il regime di Hosni Mubarak. Allora a perorare la causa era stata l’ex ministre degli Esteri italiana Emma Bonino.

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Turchia ed Europa, le armi e gli scambi commerciali (La Repubblica, 13 ottobre 2019)

Del “lodo” Di Maio l’Italia –il terzo Paese che vende più armi alla Turchia dopo Qatar e Pakistan – sarebbe tra i Paesi più danneggiati: nel 2018 ha autorizzato export di munizioni, bombe, missili e altre apparecchiature per 362,3 milioni, oltre il doppio rispetto al 2016. La cifra è superiore anche a quella delle esportazioni tedesche, che nel 2018 sono ammontate a 243 milioni di euro, quasi un terzo del totale nazionale. Tra le maggiori fornitrici italiane ci sono anche Leonardo, Alenia e Beretta.

Roma cerca l’ombrello Ue per non perdere commesse

Invece Norvegia, Finlandia e Olanda hanno già deciso autonomamente lo stop. Sabato, fa sapere Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, stava per farlo anche l’Italia:

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sentito più volte, su questo, sia Di Maio che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Pd. Ma la nota che doveva scaturire da quei colloqui è stata bloccata. Insieme, i tre responsabili della politica estera e di difesa del nostro Paese hanno deciso di non proseguire con azioni unilaterali, ma di cercare un’azione coordinata dell’Europa. Le due cose non si escluderebbero, tanto che – appunto – è proprio con la Francia che Di Maio lavorerà già da stamattina per un bando europeo. Ma qualcosa ha spinto a frenare.

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Le armi dell’Italia alla Turchia

Questo perché interrompere la vendita delle armi prevista nei contratti già in essere è una procedura complicata. Diverso è fermare le nuove autorizzazioni (il governo intende farlo se, come si teme, a Lussemburgo e poi a Bruxelles mercoledì, durante il vertice dei leader, non si troverà un’intesa).

Interrompere la vendita delle armi prevista nei contratti già in essere è una procedura complicata. Altro è fermare le nuove autorizzazioni (il
governo intende farlo se, come si teme, a Lussemburgo e poi a Bruxelles mercoledì, durante il vertice dei leader, non si troverà un’intesa). E poi c’è un terzo fattore:

Un bando unilaterale concederebbe dei vantaggi ai concorrenti italiani in quanto a export di armi. Le commesse al nostro Paese dalla Turchia sono già diminuite drasticamente dal 2018 – che contava 70 autorizzazioni per oltre 362 milioni di euro – al 2019: al 30 settembre sono in atto 57 autorizzazioni per poco più di 49 milioni di euro. Negli ultimi anni le importazioni di armi sono passate dall’80 al 35 per cento.

Insomma, il governo da una parte fa la faccia brutta, dall’altra si inchina al realismo politico. Perché la verità è molto semplice: Roma cerca l’ombrello dell’Unione Europea per non perdere commesse. Quanto reggerà questa commedia?

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