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Quando Maria Elena Boschi era contro le autonomie locali

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Ha suscitato non poche ironie la decisione del Partito Democratico di candidare Maria Elena Boschi al collegio uninominale di Bolzano. Candidatura “blindata” che le potrà garantire di essere eletta. Tutti ricordano infatti quando la Boschi disse ad Otto e Mezzo che avrebbe preferito candidarsi nella sua città (Arezzo) ma che si sarebbe adeguata alle decisioni del Partito. Ora però a complicare le cose ci sono alcune dichiarazioni della Boschi sulla necessità di sopprimere le regioni a statuto speciale e superare le autonomie.

Quando la Boschi parlava parlava di sopprimere le regioni a statuto speciale

La ex ministra delle riforme del governo Renzi, che ha sempre detto che un politico deve anche prestare attenzione alle istanze del territorio, si troverà così a dover studiare un po’ di tedesco per ascoltare meglio le richieste e le doglianze dei suoi elettori. Qualcuno però si è ricordato di quando la Boschi era su posizioni – moderatamente – critiche nei confronti delle autonomie locali e delle Regioni a statuto speciale. E dal momento che la provincia autonoma di Bolzano è una di queste la situazione rischia di creare un certo imbarazzo nel PD.

Andiamo con ordine: una delle ultime volte in cui la Boschi ha parlato di autonomie locali era nel maggio del 2016. In quell’occasione la Boschi parlò la necessità di un confronto aperto e franco sul ruolo delle autonomie. La speranza era quella che la riforma costituzionale non venisse bocciata dal referendum. Nell’ottica della riforma il Senato infatti avrebbe dovuto dare voce agli enti locali e alle regioni a statuto speciale. C’è stato chi all’epoca disse che la riforma mirava ad abolirle o indebolirle. In realtà era vero l’opposto perché secondo alcune interpretazioni la legge di riforma avrebbe rafforzato le autonomie al punto che il costituzionalista Michele Ainis scrisse all’epoca che uno degli effetti sarebbe stata la creazione di “cinque superStati: le Regioni speciali”.

Il rapporto del Partito Democratico con le regioni a statuto speciale

In un’altra occasione, qualche anno prima, la Boschi fu più esplicita. Era il 2014 e stando a quanto riferì Bruno Dorigatti alla Leopolda la ministra disse, parlando delle regioni a statuto speciale: “Non è il momento propizio, ma sarei favorevole alla soppressione di queste realtà”. Una dichiarazione che scatenò una marea di polemiche, soprattutto in Trentino-Alto Adige dove tutti si affrettarono a dire che c’erano regioni a statuto speciale virtuose che nulla avevano a che fare con gli sprechi di quelle che per anni hanno sperperato fiumi di risorse pubbliche.
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La frase della Boschi però era una di quelle classiche uscite che non dicono nulla. Perché dichiararsi favorevole alla soppressione delle regioni a statuto speciale aggiungendo che “non è il momento propizio” serve solo a raccogliere i consensi di chi le autonomie vorrebbe abolirle davvero. Del resto la Boschi non indicò nemmeno come e quando sarebbe arrivato il momento buono per farlo. Tradotto dal politichese significa che la Boschi le autonomie non le avrebbe toccate. Il tema del resto è delicato: già nel 2012 una frase tratta da “Stil Novo” il libro di Matteo Renzi («Via le regioni a statuto speciale e si introduca un numero massimo di consiglieri per ogni realtà regionale») fece andare in fibrillazione trentini e altoatesini ma i renziani si affrettarono a dire che era stata estrapolata dal contesto e che Renzi in realtà stava proponendo “di passare ad un modello come quello trentino”. A Bolzano la Boschi si troverà a sfidare Micaela Biancofiore, la deputata che con il suo emendamento (gemello di quello di Riccardo Fraccaro) fece naufragare l’accordo a quattro sulla legge elettorale. Qualcuno ricorderà che quell’emendamento era fortemente avversato dalla SVP. Agli elettori l’ardua sentenza.