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La lapidazione di Cristina Grancio

«Ho provato ad aprire gli occhi ai colleghi in commissione urbanistica. Il risultato, purtroppo, è stato quello di trovarmi due dita nei miei di occhi» : questo avrebbe detto secondo La Repubblica, che ne parla oggi nella cronaca di Roma, la consigliera comunale Cristina Grancio, sospesa dal MoVimento 5 Stelle per la dissidenza sullo Stadio della Roma a Tor di Valle e pronta a portare Beppe Grillo in tribunale, durante l’assemblea dei tavoli tematici del M5S che si è svolta ieri.

La lapidazione di Cristina Grancio

A quanto pare, però, per la Grancio la situazione si complica. Il gruppo consiliare del M5S sarebbe infatti pronto ad espellerla: ««Lunedì(domani, ndr) avvierò le procedure per toglierla dal gruppo», avrebbe detto il capogruppo Paolo Ferrara secondo Il Messaggero. La Grancio si è infatti azzardata, secondo l’interpretazione grillina, a ribellarsi alla procedura di sospensione che ritiene ingiusta e che, come ha raccontato l’avvocato Lorenzo Borré nell’atto di citazione, è stata sospesa nonostante il voto contrario alle indicazione dei gruppi parlamentari non sia mai stato motivo di provvedimento disciplinare per i parlamentari M5S, «tant’è che come risulta dall’elenco pubblicato da Openpolis – che si allega – i voti contrari contrari alle indicazioni del rispettivo Gruppo ascrivibili a ciascun senatore pentastellato oscillano da un minimo di 43 ad un massimo di 218, con una media di 120 voti contrari a testa, mentre alla Camera i voti contrari oscillano tra un minimo di 13 ad un massimo di 361».

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L’atto di citazione di Cristina Grancio

La Grancio quindi si trova nella solita condizione di chi dissente nel MoVimento 5 Stelle: prima viene sanzionata senza un vero motivo, poi viene lapidata perché si è opposta alla sanzione ingiusta. Lapidata di solito dagli eletti, mentre, come racconta ancora Lorenzo D’Albergo, durante la diretta Skype del suo intervento ha raccolto invece gli applausi della base.

Monica Montella, Gemma Guerrini e Cristina Grancio

Ieri intanto sulla vicenda del ricorso in tribunale di Cristina Grancio contro Beppe Grillo è intervenuta Monica Montella, altra consigliera capitolina indicata come dissidente sullo Stadio della Roma a Tor di Valle ma ufficialmente assente perché in vacanza durante le votazioni. La Montella nei giorni scorsi aveva promosso una specie di raccolta firme tra attivisti certificati per chiedere il ritiro del provvedimento nei confronti di Grancio. Una mossa inedita e soprattutto di nessuna utilità politica visto che il regolamento M5S non a caso non prevede nessuna procedura di questo genere e ogni iniziativa in questo senso è stata ignorata da Grillo nelle tante espulsioni immotivate (e poi cancellate dal tribunale, come è successo ad Antonio Caracciolo da Seminara, Roberto Motta e Paolo Palleschi) a livello nazionale e locale.

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Lo status di Monica Montella su Cristina Grancio

Non appena ha appreso dell’iniziativa della Grancio la Montella è corsa a dissociarsi, mollando così l’ex amica per la quale si era in precedenza spesa, sostenendo di aver “cercato una mediazione democratica supportata da una partecipazione condivisa della base del movimento romano proprio per evitare il ricorso ai legali”, ma dimenticando che nessuna iniziativa di questo genere ha mai avuto successo presso i capi del MoVimento. La Montella poi ha sottolineato che la Grancio avrebbe sbagliato ad affidarsi all’avvocato che “ha portato sempre avanti le cause contro il movimento”, dimostrando così di avere una curiosa concezione della legalità e dell’onestà di cui ufficialmente si fregia il M5S: chi cerca di farla rispettare utilizzando l’unico mezzo costituzionalmente valido – ovvero i tribunali – sbaglia.

Grancio, la “strega” della legalità

Nella discussione scatenata dalle parole della Montella sono intervenuti ex consiglieri municipali della scorsa consiliatura, ex componenti degli staff degli eletti M5S e attivisti, dividendosi tra critici e sostenitori della lapidazione di Grancio. “Non solo io sono convinta che non sarebbe dovuta ricorrere ad un legale, ma ritengo suicida la scelta di dare mandato a Borré. Significa rivolgersi all’avvocato che ha portato sempre avanti tutte le cause contro il movimento. Significa, quindi, passare automaticamente da “dissidente”: mediaticamente, per quanto giusta, la sua causa diventerà strumentalizzata contro il movimento. Ho cercato in questi giorni di dissuadere lei e cercare mediazioni. Non ci sono riuscita, perché forse ero in minoranza”, dice Agata, che evidentemente non concepisce l’avvocatura come libera professione. Interessante il doppio intervento di Francesca De Vito, sorella di Marcello, ma attivista da sempre senza peli sulla lingua e capace di libertà di critica anche in altre occasioni.
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Curioso invece l’intervento di Alessandro Pirrone, che è assessore nel IV Municipio: le sue idee sulla vicenda sono poco istituzionali ma sicuramente hanno il pregio della chiarezza: il “vaffanculo a tutte e tre” che Pirrone rivolge sembra essere indirizzato a Grancio, Guerrini e alla stessa Montella, che quindi non deve aver convinto tutti con la sua dissociazione.
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In sostegno dell’eletta all’Assemblea Capitolina è invece arrivato l’ex consigliere dell’VIII Municipio Massimiliano Morosini: «Tali questioni dovrebbero trovare una soluzione nel confronto politico, non nelle aule dei tribunali. Cristina è passata dalla ragione al torto», ha detto, dimenticando anche lui che il M5S non prevede confronti politici per i dissidenti ma sanzioni e tribunali speciali. D’altro canto che l’ex consigliere abbia sempre preferito le liste di cattivi su internet ai tribunali – è stato anche querelato dallo stesso Borré e da un altro attivista M5S – è un fatto. La posizione di Morosini e Montella è comunque altamente maggioritaria presso gli attivisti. Una cosa spiegabile e normale in un partito che prevede il ciaone per chi critica.
Foto copertina da: Roma Today 

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