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Come hanno preso i grillini la sconfitta del M5S in Sardegna

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L’unica cosa certa degli exit poll sul voto in Sardegna è la sconfitta del MoVimento 5 Stelle. Il principale partito della maggioranza di governo nel Paese continua la sua grande tradizione di non-vittorie tipica del M5S quando si tratta di andare al governo di una regione. Come al solito gli elettori pentastellati hanno accolto la notizia con il consueto tatto e savoir faire tipici di chi conosce e rispetta i meccanismo della partecipazione democratica.

Il senso per la democrazia di Dino Giarrusso

A differenza di quanto accade su Rousseau nel mondo reale il voto si svolge in maniera differente e succede spesso, più spesso di quanto dovrebbe visti i grandi risultati portati a casa dal partito di Grillo e Casaleggio. Il popolo a 5 Stelle soffre, si arrabbia, non capisce come mai dopo tutto quello che il governo ha fatto per gli italiani i cittadini continuano a voltare le spalle al cambiamentoVittorio Di Battista – padre del desaparecido Alessandro – questa mattina ha dato la sua soluzione: tornare credibili. Spiegando che cambiare le regole, raccomandarsi alle buone stelle e allargare alle “altre religioni” non serve a nulla.

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Non la pensa così invece Dino Giarrusso che ieri commentava l’uscita dei primi exit poll parlando di “risultato paradossale” e non di sconfitta. Essere terzi, dopo centrodestra e centrosinistra non è una sconfitta. Anzi: il M5S è il primo partito in Sardegna ma non vince perché le due coalizioni avversarie sono formate una da 11 liste e l’altra da 8. Giarrusso, che dopo essere stato trombato alle politiche ha trovato un posticino al Ministero dell’Istruzione, ammette di non sapere se è la legge che permette “ammucchiate” ad essere sbagliata o se sono le scelte del M5S di andare da soli. Curioso che lo dica uno che lavora per un governo di coalizione, ovvero di “ammucchiata”.

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Ma l’ex Iena va oltre, dice una competizione elettorale svolta con queste modalità (la possibilità di formare coalizioni) è surreale «come lo sarebbe affrontare una partita di calcio giocando in 3 contro 11», ma così come nel calcio anche la democrazia è fatta di regole. Nessun allenatore si sognerebbe di mandare in campo una squadra composta da tre giocatori, anche se fossero Zoff-Maradona e Ronaldo, sapendo che le regole consentono di schierarne undici.

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Giarrusso – per il quale evidentemente la democrazia è rispettata solo quando vince – si chiede «quanto è rispettata, in questo modo, la democrazia?» ma la domanda dovrebbe farla al suo partito che continuando a voler giocare con le sue regole svilisce il voto dei suoi elettori. Senza contare il fatto che la democrazia rappresentativa ha come principio quello di consentire la rappresentanza del corpo elettorale all’interno delle istituzioni.

 

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Come gli elettori del M5S raccontano il grande successo in Sardegna

Per quanto riguarda lo psicodramma degli elettori e degli attivisti pentastellati è presto detto. Qualcuno accusa Luigi Di Maio di essere un traditore perché sta portando nel baratro il M5S. Ma sono voci isolate. La maggioranza dei 5 Stelle semplicemente non vede la sconfitta. Un po’ perché si ricorre al comodo argomento delle accozzaglie, un po’ perché c’è chi si impegna in analisi più approfondite facendo confronti con le precedenti elezioni.

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Cinque anni fa, nel 2014, infatti il MoVimento scelse di non presentare una lista alle elezioni regionali in Sardegna. Motivo per cui oggi in molti non parlano di bastonata o di sconfitta ma di risultato storico perché il M5S è passato dallo 0% al 15% accreditato dagli exit poll. E non solo: il partito di Di Maio&co è addirittura il primo partito. Un successone. Peccato che tutto questo sia inutile se alla fine non si va al governo. A differenza di Sanremo infatti alle elezioni non esiste il premio della critica per il partito più “duro e puro” o per quello che da solo ha preso più voti degli altri presi singolarmente.

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Peccato che nel frattempo ci siano state le politiche di marzo 2018 dove il M5S ha preso oltre il 40% all’uninominale e tra il 60% e l’80% nei collegi plurinominali. Abbiamo scritto una pagina di storia, scrive tutto in maiuscolo un elettore, che festeggia il trionfo a 5 Stelle in Sardegna e spiega che “solo i deficenti [sic] non lo capiscono”.

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Il refrain del tutti contro uno viene ribadito ovunque perché – come è noto – i giornali e i media non ce lo dirannoAnzi: diranno che il MoVimento 5 Stelle ha perso motivando questa affermazione con il fatto che il M5S non governerà. Ma tutti sanno che governare non è poi così importante, l’importante è vincere per poi rimanere lì a guardare gli altri che governano, che fanno, e potersi così lamentare che noi avremmo senz’altro fatto le cose diversamente.

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Corollario di questo teorema è il ragionamento di chi da ben sette anni scrive nei commenti su Facebook che le elezioni Regionali o Comunali sono “il nulla” rispetto alle elezioni politiche. Insomma il voto amministrativo  è ancora acerbo meglio invece concentrarsi sul governo centrale. In un’epoca in cui ci sono tre importanti (e ricche) regioni del Nord che chiedono a gran voce l’Autonomia forse sarebbe il caso di rivedere questa teoria.

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Al solito non mancano quelli che invece che fare autocritica ci spiegano che non è stato il M5S ad aver sbagliato ma la Sardegna ad aver fallito. I sardi non hanno saputo o voluto cogliere l’occasione di cambiare ed hanno pensato alla pancia preferendo vivere “ancora con il clientelismo gli amici degli amici”.

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In attesa che Di Maio (e magari Alessandro Di Battista) commentino i risultati il popolo a 5 Stelle sta già mettendo in pratica la lezione mandata a memoria in questi ultimi anni: insulti a chi vota in modo sbagliato e arrampicate sugli specchi per difendere lo strepitoso successo che consentirà ad altri di governare.

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C’è però chi guarda avanti e chiede di cambiare la legge elettorale, in modo da consentire il voto elettronico anche per chi è fuori sede. Senza dubbio a breve verrà fuori qualcuno che ci spiegherà che il grosso degli elettori sardi del M5S vive sul continente e non è potuto andare a votare. Capito?

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