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Bolivia: un golpe che ad oggi non è un golpe

Con riferimento agli eventi di questi giorni, ciò che le forze armate hanno fatto, pure a fronte degli enormi vantaggi ricevuti durante il governo di Morales, è stato il più classico calcolo politico. Ossia a dire che, al fine di evitare future incriminazioni, processi e condanne, l’esercito ha optato per non intervenire contro i manifestanti

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Per comprendere gli eventi, che stanno in queste ore sconvolgendo la Bolivia, occorre mettere in chiaro alcuni elementi, che, a molti commentatori di politica latino-americana, stanno sfuggendo. Il terzo mandato presidenziale di Evo Morales si sarebbe concluso il prossimo 22 gennaio, mentre un eventuale quarto mandato sarebbe stato possibile soltanto nel 2024. Dinanzi a questa possibilità, l’opzione di Morales è stata quella di forzare la mano al fine di ottenere un quarto mandato. Primo strappo alle regole democratiche. Strappo, che è si è presto trasformato in una lacerazione, avendo, Morales, totalmente ignorato l’esito del referendum del 21 febbraio 2016 con il quale la maggioranza della popolazione boliviana aveva dichiarato la sua contrarietà ad un quarto mandato presidenziale. E fu Morales che, nel 2017, aprì alla possibilità che la Corte Costituzionale potesse sospendere gli articoli della Costituzione, i quali stabilivano una sola rielezione. Infine, ma non meno grave, è stato sempre Morales, nella tornata elettorale del 20 ottobre di questo anno, a commettere brogli nel tentativo di evitare un secondo turno e di far ottenere la maggioranza al suo partito in parlamento.

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Bolivia: un golpe che ad oggi non è un golpe

La lacerazione provocata è andata vieppiù incancrenendosi nella misura in cui si protraeva il tentativo del presidente di mantenersi al potere. Come stigmatizzato da Pablo Solón in un recente articolo, il governo è uscito formalmente vincitore dalle elezioni, nonostante le macroscopiche irregolarità commesse e venute alla luce: dal conteggio rapido interrotto il giorno delle elezioni alla denuncia fatta dalla stessa società incaricata del conteggio, secondo la quale tale ordine proveniva direttamente dal presidente della Corte Suprema Elettorale; dalla denuncia di brogli da parte dell’organismo chiamato dal Tribunale elettorale a monitorare le elezioni sino al pronunciamento, richiesto dallo stesso governo, dell’Organizzazione degli Stati Americani e del Comitato di osservazione elettorale dell’Unione Europea, secondo i quali i risultati delle elezioni non potevano essere convalidati. La mobilitazione, anche di ampi settori di quella che un tempo costituiva la base elettorale di Morales, scaturita da questa lacerazione provocata dal governo, è stata dallo stesso presentata come l’inizio di un colpo di Stato messo in opera dalle forze di destra, conservatrici e razziste, cospicuamente presenti nello Stato andino. Qui arriviamo al secondo corno del problema. Sebbene l’eterogeneità delle proteste non possa essere disconosciuta, parimenti la destra boliviana ha, come si suol dire, preso la palla al balzo. A Santa Cruz, per esempio, dove Luis Fernando Camacho, leader del locale Comitato Civico e proveniente dall’organizzazione di estrema destra, Unione Giovanile Cruceñista, non si è lasciato scappare l’occasione per cavalcare l’indignazione popolare contro il governo. Nelle altre città la protesta si è articolata molto a macchia di leopardo, interessando settori indipendenti tanto riferibili alla destra quanto ai movimenti sociali e civici di sinistra, i quali, a onor del vero, già da tempo hanno abbandonato Morales e il suo governo. È questo il caso di Potosí, dove l’opposizione è venuta da sinistra, non dalla destra camachista, ed è venuta prima delle elezioni, a seguito della discussa (e discutibile) firma di un contratto di settanta anni, senza pagamento di royalties, per la produzione di idrossido di litio dalle saline di Uyuni. O quello di La Paz, dove il Comitato nazionale per la difesa della democrazia ha ai suoi vertici due ex difensori civici che in passato hanno fatto parte del governo Morales.

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Di quanto la sinistra boliviana sia da tempo insoddisfatta delle politiche di Morales ne ha scritto pochi giorni fa l’artista María Galindo, fondatrice di Mujeres Creando, sul sito lavaca.org: “Il governo di Evo Morales è stato per molti anni lo strumento di smantellamento delle organizzazioni popolari, dividendole, trasformandole in una leadership corrotta e clientelare, facendo patti parziali di potere con i settori più conservatori della società, comprese le sette cristiane fondamentaliste (…)”. Per questo non possiamo non concordare con Pablo Solón, quando scrive che ciò che sta accadendo in Bolivia, lungi dall’essere l’ennesimo golpe calato dall’alto, “è principalmente un evento spontaneo, con protagonisti in particolare i giovani, contro l’abuso di potere”. Abuso di potere, che, ad oggi, è da ascrivere a Evo Morales e alla sua dissennata scelta di perpetuarsi al potere, alterando il normale funzionamento delle istituzioni democratiche, e non alle forze armate e nemmeno ai corpi di polizia. Polizia, la quale, in un primo momento, anche in ragione del “premio fedeltà” di 3.000 bolivianos concessogli dal governo, ha preso le parti di questo in un aperto confronto con i manifestanti. Situazione che è andata mutando man mano che la protesta nelle strade aumentava sino ad arrivare al completo ammutinamento delle forze di polizia e al loro rifiuto di scendere in strada per fronteggiare la protesta. Elemento, questo, che, nella falsa narrazione su un golpe che non c’è mai stato, fa tutta la differenza.
Per quanto riguarda l’esercito boliviano, nelle ultime ore additato come il presunto vero regista del “colpo di Stato” da vari organi di stampa italiani e sudamericani, questo, fino a tre mesi fa, tramite il generale William Kaliman dichiarava il proprio appoggio a Morales, avvisando che non avrebbero consentito cambiamenti nella struttura militare, secondo l’indirizzo politico proposto dalle forze di opposizione. Stando a quanto oggi riportato dal sito cnnespanol.cnn.com, tuttavia, l’appoggio delle forze armate al governo di Evo Morales è venuto meno a partire dal momento in cui la OAS (Organizzazione degli Stati Americani) ha dichiarato che i risultati delle ultime elezioni non potevano essere ratificati a causa delle irregolarità commesse. Un cambiamento di prospettiva, che ha interessato le stesse forze dell’ordine con le dimissioni del capo della polizia, Vladimir Calderón, e con la manifesta insoddisfazione di ampi settori della polizia, i quali, conclude Cnnespanol, si sono dichiarati insoddisfatti dei corsi anti-imperialisti che erano stati costretti a seguire.

La rivolta trasversale

Con riferimento agli eventi di questi giorni, ciò che le forze armate hanno fatto, pure a fronte degli enormi vantaggi ricevuti durante il governo di Morales, è stato il più classico calcolo politico. Ossia a dire che, al fine di evitare future incriminazioni, processi e condanne, l’esercito ha optato per non intervenire contro i manifestanti e, una volta appreso del rapporto della OAS, ha, diciamo così, caldamente consigliato al Presidente di dimettersi. Come ha giustamente scritto Pablo Solón nel suo editoriale su systemicalternatives.org: “Con questo atteggiamento, i militari, anziché cercare di prendere il potere, stanno proteggendo i propri interessi e la propria istituzione”. Analogo punto di vista emerge dall’articolo di Raul Zibéchi, Bolivia: una rivolta popolare sfruttata dall’estrema destra, nel quale si evidenzia bene, contrariamente alla narrazione corrente della sinistra sudamericana, come la caduta del governo non sia da imputarsi alle forze armate, bensì ad una rivolta trasversale del popolo boliviano, con in testa i movimenti civici e sociali di sinistra, un tempo zoccolo duro dell’elettorato di Morales, a chiedere le dimissioni del presidente. Il sistematico attacco del duo Morales-García Linera ai movimenti popolari boliviani ha eroso la stessa base su cui il loro potere si era consolidato nel corso degli anni. Prima ancora delle forze armate, a chiedere le dimissioni erano stati la Federazione dei sindacati dei lavoratori delle miniere (FSTMB), peraltro da sempre vicina al governo, i lavoratori della Central Obrera Boliviana, quelli della Università di El Alto (UPEA), oltre a decine di associazioni di cittadini, tra cui la succitata Mujeres Creando di María Galindo. Uno stato di cose totalmente rimosso da parte della maggior parte della sinistra latinoamericana, che, malata di caudillismo e incapace di vedere aldilà dei propri consunti leader, non sembra in grado di poter accettare il fatto che le dimissioni al governo Morales sono state in massima parte provocate da quella che un tempo fu la sua stessa base. Zibechi ricorda come il 6 novembre, in piena violenta polarizzazione, María Galindo scrisse sul giornale Página 7: “Fernando Camacho ed Evo Morales sono complementari. Entrambi si ergono a unici rappresentanti del ‘popolo’. Entrambi odiano le libertà delle donne e la mariconada. Entrambi sono omofobi e razzisti, entrambi usano il conflitto per trarne vantaggio”.

 


Altrettanto icastiche sono state le parole della fondatrice di Mujeres Creando nel suo editoriale, pubblicato sulla lavaca.org, con riferimento a Evo Morales: “Lui è la figura unica, delirantemente convertita nel simbolo e nella concentrazione del potere insostituibile, nella figura che porta il mito del “presidente indigeno”, il cui unico potere simbolico è il colore della pelle, consistendo, il suo governo, in un cerchio corrotto di intellettuali e leader che lo venerano perché hanno bisogno di lui come maschera. (…) Evo è il caudillo e la maschera niente di più. Ogni suo contenuto popolare è semplicemente retorico e ciò lo ha portato ad essere oggi in prima linea per un progetto politico esausto e vuoto, la cui sola possibilità di continuità è stata la distruzione di tutte le forme di dissenso, critica, dibattito, produzione culturale o economica”. Un golpe senza golpe, né golpista, dunque, dove la realtà non sembra più incontrarsi con i fatti e la loro analisi, sostituita dalla corsa ad un fanatismo identitario, ormai comune tanto alle destre quanto alle sinistre latino-americane, che altera la storia, trasformandola ogni volta nel campo di azione di esauste narrazioni messianiche, dove alla fine il popolo porterà in trionfo il suo caudillo di turno. Un proverbio africano recita: “Fino a quando il leone non avrà una sua storia, il cacciatore sarà sempre l’eroe”. La sola cosa che possiamo augurarci, in queste ore convulse, è che il popolo boliviano, attraverso la costituzione che si è dato, valore supremo di ogni sincero democratico, possa scrivere la propria storia, liberandosi finalmente di attese messianiche e del sempre vivo fantasma del caudillismo.

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