Economia

Autonomia, la secessione dei ricchi è servita

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Si scrive autonomia, si legge secessione. Secessione dei ricchi, per essere precisi, come recita la petizione su Change.org lanciata da Gianfranco Viesti e firmata da  quindicimila cittadini, tra cui molti economisti e giuristi.  Secondo i progetti del governo il passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni, consentito dalla Costituzione (Veneto e Lombardia ne chiedono 23, l’Emilia Romagna 15) può avvenire semplicemente trasformando spese dello Stato in spese regionali, senza pagare un euro in più.

L’autonomia delle Regioni, ovvero la secessione dei ricchi

In realtà le cose non sono così semplici. Quello che i governatori leghisti hanno per ora promesso di ottenere dopo referendum inutili costati milioni di euro alle casse delle loro Regioni (bastava una raccomandata: così ha fatto l’Emilia Romagna e infatti è seduta al tavolo con Lombardia e Veneto), come spiega oggi Repubblica in un articolo a firma di Marco Ruffolo, prevede infatti che «dopo il primo anno (ed entro i successivi cinque) i fabbisogni di spesa per le nuove competenze regionali vengano legati al gettito fiscale. E quindi saranno tanto più alti quanto più elevato è il gettito di quella regione. In altre parole, il principio che sta per passare è questo: se sei un cittadino abbiente e quindi paghi più tasse, hai diritto a più spesa pubblica. Da finanziare come? Non con un aumento fiscale a carico della Regione, ma con una maggiore “compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali”. Ossia si consente a quella Regione di ritagliarsi una fetta più grande della torta complessiva. A scapito quindi del resto del Paese».

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L’autonomia delle regioni del nord: i numeri (La Repubblica, 27 gennaio 2019)

Si creano così due distorsioni che i firmatari della petizione ritengono incostituzionali. La prima è che si riconoscono ai cittadini più ricchi più diritti al welfare. La seconda è che queste spese aggiuntive per le regioni più ricche peseranno sul resto del Paese. Per di più, tutto questo si verificherà senza che siano definiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali (i Lep) da assicurare omogeneamente in tutta Italia, come prescrive una vecchia legge mai rispettata.

La secessione dei ricchi e il residuo fiscale

L’esempio che fanno i firmatari della petizione è quello della scuola e dell’università. Il governo sembra infatti orientato ad accettare, sia pure gradualmente, la “regionalizzazione” della scuola, a cominciare dal personale, con contratti collettivi regionali. Altrettanto viene previsto per i “fondi statali all’università”. L’obiettivo non è tanto e non è solo quello di introdurre istanze regionalistiche nell’organizzazione e nella stessa didattica, ma soprattutto quello di aumentare lo stipendio dei propri insegnanti. “Chi insegna in una scuola al centro di Milano o di Treviso – spiega Viesti – potrebbe essere pagato di più di chi lavora, con difficoltà molto maggiori, nelle periferie di Roma o di Napoli, in base al principio che i suoi studenti sono più ricchi”.

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Ma il punto più importante è quello delle tasse. E del residuo fiscale, che rappresentava il punto di solidarietà insuperabile per le richieste degli autonomisti, che vivono in Regioni le cui tasse sono maggiori delle spese e quindi i loro soldi finiscono alle regioni dove invece le tasse sono inferiori alle spese. Loro ufficialmente chiedono solo di trasferire le competenze. Ma poi nelle trattative con il governo cercano di strappare, attraverso la nuova stima dei fabbisogni, una spesa maggiore da finanziare trattenendo tasse sul territorio.

L’autonomia del Nord e la sanità del Sud

E poi c’è la questione della sanità. Qualche giorno fa Il Messaggero raccontava in un articolo a firma di Francesco Pacifico che l’autonomia del Nord, così come è stata concepita finora, rischia di far perdere tra uno e due miliardi alle regioni del Sud.  Basta guardare ai residui fiscali, cioè la differenza tra quanto si raccoglie di gettito e quanto si spende per i propri cittadini:

Stando all’ultimo monitoraggio realizzato con i Conti pubblici territoriali, riferito al 2016, la Campania registra un saldo negativo di 12 miliardi di euro, la Calabria di 10,8 miliardi, la Puglia di 10 miliardi, la Sicilia – a Statuto speciale – di 5 miliardi, l’Abruzzo di 3,1 miliardi, la Basilicata di 2,2 miliardi e il Molise di 1,2 miliardi di euro. Per la cronaca, il residuo fiscale della sola Lombardia supera i 56 miliardi.

Se si applicasse l’ipotesi più spinta di autonomia le principali regionali del Sud perderebbero ognuna tra gli uno e i due miliardi di euro per la sanità. Senza dimenticare che sotto il Liri Garigliano vive un terzo della popolazione nazionale, un terzo delle entrate è legato a “contributi sociali” e c’è un Pil procapite pari a poco meno della metà di quello del Nord.

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I residui fiscali e l’autonomia (Il Messaggero, 6 gennaio 2019)

E questo è l’altro lato della medaglia. Il CNR-Issirfa ha quantificato che con i nuovi poteri la spesa pubblica in Lombardia salirà di circa 5,2 miliardi di euro all’anno, di 2,9 miliardi in Veneto e di 2,6 miliardi in Emilia-Romagna.

Partendo da questi numeri gli economisti Adriano Giannola e Gianni Stornaiuolo, in uno studio per lo Svimez, sono arrivati alla conclusione che questo surplus necessiterà di «una copertura di 190 miliardi» da finanziare con una riduzione del residuo fiscale dell’Amministrazione Centrale pari a 162 miliardi» e una partein «deficit paria 17 miliardi sempre dell’Amministrazione Centrale».Ma siccome lo Stato fa fatica a indebitarsi, si avrà «una riduzione delle risorse a disposizione nelle altre Regioni».

Il conto totale è presto fatto: la secessione dei ricchi costerà agli altri 20 miliardi di euro. Minori entrate, meno spese. Ovvero, tagli all’assistenza e al sociale. La secessione dei ricchi è servita.

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