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Allegato 3: chi ha deciso che i migranti soccorsi da Triton devono sbarcare in Italia?

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Nel luglio del 2014 Matteo Renzi dichiarò che Mare Nostrum sarebbe andata avanti, perché, disse, «noi pensiamo che quando in una nave mettono dei bambini, e la lasciano andare alla deriva, un popolo civile non manda alle deriva quei bambini: salva quei bambini. Nel 2014, con le nuove strumentazioni a disposizione non si può consentire a quelle navi di andare a fondo perché non sappiamo di chi è la competenza». L’Italia aveva appena assunto la Presidenza del semestre europeo. Ad ottobre però Renzi cambiò idea e decise di “rottamare” la missione di soccorso in mare. Nove milioni e mezzo di euro al mese erano troppi, spiegò il governo, ed era ora che anche l’Europa si impegnasse concretamente.

Renzi rottama Mare Nostrum e dà il via a Triton

Questo maggiore impegno si è tradotto prima con il sostegno di Frontex Plus a Mare Nostrume successivamente nell’avvio della missione congiunta guidata da Frontex e denominata Triton che iniziò ufficialmente il 1 novembre 2014 e che (con alcune modifiche) prosegue fino ad oggi. Il principale vantaggio per l’Italia era la riduzione dei costi. Mare Nostrum era finanziata dall’Italia (tramite il bilancio della Marina Militare) e utilizzava gli assetti della Marina e dell’Aeronautica Militare. Frontex invece poteva mettere in campo gli assetti di diversi paesi europei ad un costo decisamente più contenuto: appena tre milioni di euro al mese.

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La principale differenza tra Triton e Mare Nostrum, al di là dei costi e della gestione operativa, sta nel fatto che l’operazione di Frontex è un’operazione di controllo delle frontiere e non di soccorso in mare. Questo non significa che le imbarcazioni di Triton non siano coinvolte in operazioni di salvataggio in mare ma che non è quello l’obiettivo della missione dell’agenzia di controllo delle frontiere europee. Se si legge il piano iniziale di Triton si nota però che la maggior parte degli assetti navali è ancora italiano. Gli altri paesi contribuiscono per lo più con l’invio di “debriefing expert” e di altro personale operativo ma non di mezzi.
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Questo perché, come ha detto la portavoce di Frontex Ewa Moncure «Il piano operativo di Triton dice che l’Italia è il Paese ospitante della missione. Se qualche altro Stato volesse aggiungersi, da un punto di vista teorico la possibilità ci sarebbe. Ma mi pare uno scenario molto complicato, anche perché le attività sono tutte guidate dalla Guardia Costiera Italiana». Lo si evince ad esempio dai numeri dei salvataggi in mare operati dalle unità di Frontex rispetto a quelli compiuti dagli altri assetti navali che partecipano alle operazioni di soccorso. In poche parole le operazioni di salvataggio sono rimaste in carico alle unità navali italiane mentre per la parte restante delle operazioni di search and rescue sono subentrate le navi delle Ong.

Allegato 3: gli sbarchi devono avvenire in Italia

Renzi, durante il semestre di presidenza europea, è riuscito sì nell’impresa di ottenere la partecipazione attiva di Frontex al largo delle coste meridionali del nostro Paese. Ma da subito è apparso evidente che l’impegno dei paesi europei non era proporzionato né allo sforzo economico sostenuto dall’Italia da sola durante l’anno precedente (114 milioni di euro) né alle necessità operative. Il flusso dei migranti era in crescita e si mette in campo una missione che costa un terzo di quella precedente? Qualcosa evidentemente non andava.
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Tanto più che nell’allegato 3 dell’Operational Plan di Triton è scritto nero su bianco che le unità navali di Frontex sono autorizzate dall’Italia a sbarcare sul suolo italiano tutte le persone “intercettate” sia nelle acque territoriali italiane sia in quelle di tutto il teatro di operazioni di Triton. Il coordinamento delle operazioni SAR è posto sotto il controllo della Centro Operativo della Guardia Costiera che è responsabile sia per le aree SAR poste a sud delle coste siciliane sia per quella “aggiuntiva”  immediatamente a nord delle coste libiche ed egiziane. I due paesi nordafricani infatti non sono in grado di garantire lo svolgimento delle operazioni di ricerca e soccorso in mare. Questo è quello che ha detto anche Emma Bonino – che invece è una forte sostenitrice di Mare Nostrum – la settimana scorsa.
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Da un lato gli sbarchi devono avvenire in Italia perché i porti italiani sono i porti più vicini e sicuri (questo in ottemperanza con la Convenzione di Amburgo del 1979), dall’altro le cose vanno così perché durante la stesura del piano operativo di Triton è stato deciso così. Le cose avrebbero potuto andare diversamente: ad esempio si sarebbe potuto chiedere e ottenere il trasferimento immediato di una parte delle persone soccorse verso altri paesi europei. Così non è stato.

E la redistribuzione dei migranti a livello europeo?

Per affrontare quell’aspetto, si dirà, è stato deciso (successivamente) un regime di quote. Ogni paese membro della UE deve fare la sua parte e accettare la redistribuzione dei richiedenti asilo. L’unico paese UE che ha chiesto e ottenuto di essere escluso dall’accordo di redistribuzione è stato il Regno Unito, che l’ha fatto minacciando la UE di uscire dall’Unione. E poi uscirà lo stesso dall’Unione.

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La situazione invece è quella illustrata dalla tabella qui sopra. Non solo nessun paese ha rispettato le quote stabilite dalla UE ma quasi nessun paese europeo ha rispettato l’impegno che si era assunto nell’accettare la redistribuzione dei richiedenti asili sbarcati sul territorio italiano. Ci sono paesi, come l’Austria, l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca che si rifiutano di accogliere un numero insignificante di richiedenti asilo. Per l’Austria stiamo parlando di 50 persone.