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Virginia Raggi e il Gender a Roma

allarme gender

Anche se è inverno e l’Italia ha problemi più importanti da affrontare il Gender non è certo andato in letargo. Se ne sono accorti quelli di Notizie Pro Vita, solitamente attenti a temi come gli attacchi alla famiglia e altri crimini compiuti dall’omosessualismo dilagante ai danni degli onesti e bravi cittadini. A dare manforte all’ideologia gender questa volta è l’amministrazione Cinque Stelle della Capitale che nei giorni scorsi ha approvato un “bilancio gender“.
bilancio gender roma

Cos’è il gender budgeting?

Ad opporsi in Aula sono stati i valorosi consiglieri di Fratelli d’Italia che, nella persona di Maurizio Politi hanno denunziato con veemenza la “pericolosa deriva ideologica da parte del M5S” che ha voluto far approvare un bilancio secondo prospettive di genere. I cattolici schierati a difesa della famiglia parlano di “attacco antropologico alla Famiglia” di una mossa che serve solo allo scopo di “finanziare la propaganda dell’ideologia gender, che è solo di alcuni e principalmente della minoranza omosessualista della città” e che mette in luce la sudditanza della Giunga guidata da Virginia Raggi nei confronti di pericolosissime teorie che mirano a plagiare lo sviluppo dei bambini. Il timore di questi timorati infatti è quello che proprio in virtù del “bilancio gender” il Comune voglia poi introdurre l’insegnamento del Gender nelle scuole. Ora, a parte ribadire l’ovvio ovvero che l’ideologia gender non esiste che cosa significa “bilancio secondo prospettive di genere” (gender budgeting)? I nostri eroici difensori della famiglia naturale ogni qualvolta leggono la parola “genere” non capiscono più niente e deducono che ogni volta c’è lo zampino del Gender (quello con la g maiuscola, non si sa perché). In realtà il bilancio secondo prospettive di genere è ben altra cosa. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio spiega ad esempio che:

Il gender budgeting consiste nell’effettuare una valutazione dell’impatto sul genere delle politiche di bilancio, integrando la prospettiva di genere in tutti i passi della procedura di bilancio, mirando a modificare entrate e spese per eliminare le disparità presenti. Non ha, come si potrebbe erroneamente pensare, la finalità di giungere alla realizzazione di bilanci separati per le donne e gli uomini, ma piuttosto si fonda sull’idea di intervenire sulla decisione relativa ai bilanci pubblici, dal momento che entrate e spese non possono considerarsi totalmente neutrali in termini di genere e che il bilancio rappresenta l’ambito nel quale si delinea il modello di sviluppo socio-economico, si stabiliscono i criteri di ridistribuzione del reddito e si indicano le priorità politiche. Pertanto, il gender budgeting non si sostanzia in un sistema di bilancio ulteriore rispetto a quelli esistenti, ma piuttosto in una serie di strumenti analitici aggiuntivi, incluso l’utilizzo l’applicazione dell’approccio delle capacità, volti a verificare se l’equità di genere è stata ridotta, aumentata o è rimasta invariata.

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Insomma è uno strumento utile per eliminare le disparità tra sessi e giungere alla realizzazione più compiuta di ciò che in genere (non nel senso gender) si chiama “pari opportunità” in nome dell’efficienza, efficacia, trasparenza ed equità. Si tratta di un’idea decisamente non recente le cui linee guide sono disponibili anche sul sito del Dipartimento della Funzione pubblica da qualche tempo senza che i paladini della Famiglia naturale se ne siano mai accorti o lamentati:

Leggere i bilanci degli enti pubblici in chiave di genere significa integrare la prospettiva di genere a tutti i livelli della procedura di bilancio e ristrutturare le entrate e le uscite al fine di assicurare che le necessità dell’intera collettività siano prese in considerazione adeguatamente. Alla base del bilancio di genere, infatti, vi è la considerazione che esistono differenze tra uomini e donne per quanto riguarda le esigenze, le condizioni, i percorsi, le opportunità di vita, di lavoro e di partecipazione ai processi decisionali e che quindi, le politiche non siano neutre rispetto al genere ma al contrario determinino un impatto differenziato su uomini e donne.

Leggete da qualche parte per caso il riferimento all’omosessualismo, alle lezioni di educazione sessuale o anche solo al sostegno a favore di altre forme – legittime perché tutelate dalla legge della Repubblica Italiana – di famiglia? No, perché non ci sono. Anche la Regione Piemonte ha pubblicato un vademecum destinato agli enti locali per i bilanci redatti secondo prospettive di genere dove si spiega che

la proposta fatta propria dal Bilancio di genere è, allora, quella di considerare la differenza tra donne e uomini come risorsa positiva, postulando il raggiungimento di condizioni di uguaglianza tra soggetti di pari valore attraverso un percorso che sia in grado di valutarne le diverse caratteristiche, portatrici sia di bisogni ed esigenze a cui l’Amministrazione è chiamata a rispondere, sia di competenze e potenzialità che l’Amministrazione è chiamata a valorizzare.

Che agisce in accordo con la Riforma della Pubblica Amministrazione (la riforma Brunetta) che prevede un bilancio orientato alla performance che mira a “assicurare elevati standard qualitativi ed economici del servizio tramite la valorizzazione dei risultati e della performance organizzativa e individuale“. Insomma lungi dall’essere un favore ai froci il bilancio redatto secondo prospettive di genere mira a tutelare i diritti delle donne. Ma è evidente a questo punto che i Cattolici Timorati™ non hanno alcun interesse a valorizzare il ruolo della figura femminile nella società che deve essere sostanzialmente sottomessa, come dice anche al giornalista anti-gender Costanza Miriano. Certo, per evitare figure come quella dell’allarme gender nella Capitale sarebbe stato sufficiente studiare i concetti chiave del bilancio delle P.A., ma evidentemente quando qualcuno sente la parola “genere” mette subito mano alla fondina.