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Così la bomba Raggi può scoppiare durante la campagna elettorale

La chiusura delle indagini nei confronti di Virginia Raggi è arrivata, come era normale, dopo sei mesi. Da oggi la sindaca ha venti giorni di tempo per farsi interrogare (un’altra volta dopo quella di febbraio) o presentare una memoria difensiva. Probabilmente dopo la pausa estiva arriverà la richiesta di rinvio a giudizio sulla quale il giudice deciderà entro la fine dell’anno.

Così la bomba Raggi può scoppiare durante la campagna elettorale

A quel punto però sarà già partito il conto alla rovescia per le elezioni politiche che si dovranno svolgere nei primi mesi dell’anno. Insomma, è chiaro che la bomba del processo a Virginia Raggi potrebbe essere uno degli argomenti più pepati della campagna elettorale, insieme alle condizioni disastrate di Roma che l’amministrazione a 5 Stelle non è riuscita a cambiare e ai fatti di piazza San Carlo a Torino. Qualche buona notizia c’è: a parte la richiesta di archiviazione nel caso Raineri – che era nell’aria e che è stata comunque richiesta perché mancava l’elemento psicologico del reato, ovvero la Raggi non si è resa conto di averlo commesso – anche l’accusa per il caso di Salvatore Romeo potrebbe cadere se la laureata in Legge, avvocata, specializzata in diritto civile, giudiziale e stragiudiziale riuscirà a convincere il giudice di non sapere che la nomina a capo della segreteria politica avrebbe avuto come conseguenza una triplicazione dello stipendio e che la decisione di modificarne il contratto avrebbe provocato un «ingiusto vantaggio» a quel funzionario che le intestò anche alcune polizze vita.

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Salvatore Romeo, Raffaele Marra e il blitz della polizia in Campidoglio (La Repubblica, 16 dicembre 2016)

Per il resto la situazione è grigia. Carlo Bonini su Repubblica spiega oggi che la chiusura delle indagini ha documentato «la menzogna con cui la Raggi aveva ripetutamente, sia pubblicamente, sia con una dichiarazione formale all’autorità anticorruzione del Comune, rivendicato a se stessa la piena responsabilità amministrativa della scelta di Renato Marra, escludendo, come invece era accaduto (e come la chat avrebbe dimostrato), che vi avesse avuto parte, in pieno e palese conflitto di interesse, il fratello di Marra, Raffaele, all’epoca dei fatti capo del Personale del Campidoglio.

Il falso di Virginia sul fratello di Marra

Non solo. Dopo il famoso interrogatorio del febbraio 2017, quello in cui era uscita l’ormai famigerata vicenda delle polizze vita, la Raggi aveva promesso una memoria difensiva per spiegare alcuni punti non chiariti del suo colloquio con i magistrati. Quella memoria, racconta ancora Bonini, non è mai arrivata:

La memoria difensiva che la Raggi aveva infatti promesso di consegnare alla Procura nell’interrogatorio fiume del 3 febbraio scorso, al termine del quale – con un sorriso a favore di telecamere – aveva spiegato di «aver chiarito tutto», non è mai arrivata a piazzale Clodio. Verosimilmente, perché non è stata mai scritta. E, soprattutto, perché avrebbe dovuto dare risposta alle domande inevase che questa vicenda giudiziaria ripropone e che, al netto dell’esito processuale che avrà, ne definiscono il dato politico.
Perché la Raggi si convinse a mentire per favorire il fratello di Raffaele Marra? Cosa la convinse ad impiccare il destino politico della sua giunta a un uomo che avrebbe presto conosciuto il carcere per corruzione? E quale rapporto l’ha legata a Salvatore Romeo, sodale di Marra e oscuro dipendente comunale, al punto da abusare della sua autorità per farne il perno della sua segreteria particolare?

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E se sulle circostanze che la accusano di falso per la nomina di Renato Marra sembra difficile immaginare argomenti plausibili (a meno di non sostenere di aver firmato una dichiarazione «a sua insaputa» o di non averne compreso il merito), è invece probabile che, per la nomina di Romeo, sarà proprio l’obiezione dell’assenza di dolo e dunque dell’”errore amministrativo” quella che verrà sollevata dalla difesa. Secondo un assioma – per altro già invocato dalla Raggi – che è meglio passare per “incapaci” che non per “colpevoli” di un abuso. Non fosse altro perché il secondo, per statuto del Movimento, la condannerebbe alla decadenza da sindaca.

Le conseguenze politiche delle sciocchezze amministrative

Ma se dal punto di vista della giustizia è meglio passare per incapaci che per colpevoli, dal punto di vista politico l’incapacità conclamata non ha fatto e non farà una buona impressione agli elettori. Che già hanno cominciato a dare segnali forti alle amministrative, dove non hanno ritenuto credibili i candidati dei 5 Stelle mandandone appena 10 su oltre 140 al ballottaggio: un anno fa il M5S vinse tutti gli scontri diretti (che erano molti di più). Oggi sarà difficile fare il bis.
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Anche perché gli elettori sembrano essersi accorti della situazione. Non solo. Pare essersene accorto persino Di Maio, visto che, come racconta il Corriere, ieri in pubblico ha detto: «Mi aspetto, come per tutti i sindaci del Movimento, che dal secondo anno in poi si possano fare quegli interventi e quegli investimenti che diano la percezione del cambiamento». Quelli che quest’anno, evidentemente, non sono stati fatti. Nello stesso articolo si dà voce a un parlamentare anonimo: «Vedremo l’effetto sui ballottaggi: se ne vinceremo solo quattro su dieci dopo essere abituati a sfiorare l’en plein dovremo trarre conseguenze e prendere provvedimenti come accaduto nel 2014».