Economia

Il video della fuga di Tria dalle domande dei giornalisti

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Il deputato del Partito Democratico Michele Anzaldi ha pubblicato su Twitter questo video che mostra un momento a latere della conferenza stampa con cui il governo ieri, ancora in assenza di DEF, ha annunciato la marcia indietro sul deficit/PIL dopo la crescita dello spread.

Il video della fuga di Tria dalle domande dei giornalisti

L’intera conferenza stampa di ieri è stata una fuga continua dalle domande dei giornalisti, che ha coinvolto, oltre al ministro dell’Economia, anche Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. L’Associazione Stampa Parlamentare ha infatti protestato per le mancate risposte alle domande. Ma la fuga più significativa è quella che vedete immortalata qui sotto e che va compresa nella sua interezza: i giornalisti chiedono a Tria di quanto crescerà il prodotto interno lordo nel 2020 e nel 2021, ovvero negli anni in cui, secondo i programmi del ministro, il rapporto deficit/pil dovrebbe scendere invece che rimanere al 2,4% come nel 2019.

Tria finge di non capire che i giornalisti gli stiano domandando del Prodotto Interno Lordo e risponde con i numeri del deficit/PIL alla domanda, poi se ne va e la sua portavoce conclude la conferenza stampa. Perché?

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Il motivo è piuttosto semplice: siccome è dalla crescita del PIL che si può determinare il rapporto Deficit-PIL, è chiaro che se il governo immagina un PIL in tumultuosa crescita è un conto, se immagina, in accordo con le previsioni macroeconomiche, un PIL non certo in grande crescita, è un altro.

Il mistero del PIL dietro la fuga di Tria

Il Sole 24 Ore oggi è l’unico giornale che prova a vaticinare i numeri del Prodotto Interno Lordo: il target punta all’1,5% l’anno prossimo, per salire all’1,6% nel 2020 e fermarsi all’1,4% nel 2021: numeri che saranno subito messi sotto esame dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Authority che giudica le previsioni governative. Un quadro del genere incorpora gli effetti delle clausole Iva, che verrebbero sterilizzate per il prossimo anno restando però in vigore per i due successivi. Il ministro dell’Economia Tria ha provato in questi giorni a far costruire una clausola alternativa sulla spesa. Ma il tentativo si è scontrato con il fatto che avrebbe determinato un effetto recessivo maggiore. Anche l’anno prossimo, quindi, bisognerà trovare il modo per evitare l’aumento di pressione fiscale incorporato nel programma. Spiega Dino Pesole:

Pur dando per scontata la consueta alea di incertezza che accompagna stime macroeconomiche destinate comunque a un aggiornamento nel corso del prossimo anno, la previsione di un Pil 2019 all’1,6%, contro l’1,1-1,2% atteso quest’anno, risulta superiore dello 0,5% rispetto alle stime di consenso nazionali e internazionali, che non si spingono oltre l’1-1,1 per cento. Se non si riuscirà a centrare l’obiettivo, la strada da seguire passa attraverso l’individuazione di tetti decrescenti nel triennio da porre agli impegni di spesa avviati con la prossima legge di Bilancio.

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I numeri del PIL che mancavano durante la conferenza stampa del governo (Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2018)

È la clausola di garanzia cui intende attenersi Tria, tenendo peraltro conto che collocando l’asticella del deficit del 2020 al di sotto del target fissato per il 2019, non si riuscirà a coprire per intero, via aumento del fabbisogno, l’ultima coda delle clausole Iva (19,1 miliardi). Inoltre andranno contabilizzati per l’intero triennio gli effetti dell’aumento dello spread, e si andrà probabilmente oltre i 6 miliardi nel biennio 2018-2019 stimati finora con lo spread attorno ai 220 punti base (ieri sotto i 290 punti rispetto ai 303 punti di due giorni fa). Senza tetti alla spesa, stante la proiezione triennale degli stanziamenti ritenuti necessari per finanziare le misure in arrivo, il deficit non potrà scendere.

La sorpresa che è quindi mancata nella conferenza stampa è quindi l’annuncio della possibilità di lasciar scattare la clausola dell’IVA nel 2020 e nel 2021 se la crescita non dovesse essere soddisfacente. L’abitudine di stimare invece un PIL in tumultuosa crescita, salvo poi rettificare tutto durante l’anno a colpi di manovrine, è invece un’abitudine che si è consolidata in Italia quando il ministro dell’Economia era Tremonti e Berlusconi era presidente del Consiglio. Com’è andata a finire lo ricordiamo tutti.

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