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Una procedura d'infrazione per Renzi dall'Europa?

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Non si tratta di 231 milioni ma di tre miliardi di euro. Dietro l’ultima polemica tra l’Italia e la Commissione Europea, con tanto di lettera personale dotata di punti esclamativi da Jean Claude Juncker a Matteo Renzi, non c’è la Turchia e l’aiuto europeo di cui l’Italia deve la sua parte, come si sa da dicembre. Anche se le repliche da Bruxelles a Roma sembrano concentrarsi su quel punto. Come abbiamo spiegato ieri, in ballo c’è il pari trattamento tra i bambini del Mare Egeo e quelli del Mar Tirreno. Ovvero, più prosaicamente, il fatto che l’Italia chieda all’Europa di porre al di fuori del patto di Stabilità non soltanto i soldi che l’UE darà alla Turchia per fronteggiare l’emergenza migranti, ma anche quelli spesi in questi mesi e in quelli a venire da Roma per lo stesso motivo. E sul punto l’Italia è pronta ad andare alla Corte di Giustizia Europea. Un’ipotesi da non sottovalutare soprattutto per la sua valenza simbolica: sarebbe il primo atto di guerra dopo tante parole tra il governo Renzi e Bruxelles.

Una procedura d’infrazione per Renzi dall’Europa?

Lo stesso Renzi ieri ha evocato la procedura d’infrazione nella sua dichiarazione dalla Nigeria, prima tappa del suo viaggio in Africa. La paura è che «i professionisti dello zero virgola», come ha deciso di chiamarli in pubblico per la battaglia di comunicazione che spesso accompagna quella politica, non consentano di scomputare dal Patto di Stabilità e Crescita i 3,3 miliardi di maggiori spese dell’Italia, aprendo la strada a un commissariamento del Belpaese, come racconta oggi Alberto D’Argenio su Repubblica

Ora l’Unione potrà versare 3 miliardi ad Ankara (circa 2 dai governi, il resto dal bilancio comunitario) in cambio dello stop alle partenze dei migranti verso la Grecia. Un modo per decongestionare la rotta balcanica e diminuire il numero di richiedenti asilo che arrivano in Germania e nel resto dell’Europa centrale. Partita sulla quale la Merkel si gioca il futuro politico. Ma anche Renzi si gioca molto. La Commissione ha congelato il giudizio sulla manovra 2016 fino ad aprile-maggio e quei 3,3 miliardi ancora sub iudice sono esattamente i soldi che mancano all’appello per il via libera. L’Italia dovrebbe ottenere circa 13 miliardi di flessibilità per riforme e investimenti, ma ne chiede 16. In altri termini, abbassare il deficit dal 2,6% del 2015 fino al 2,4% e non al 2,2% sul quale da novembre c’è un accordo informale (senza flessibilità Roma avrebbe dovuto risanare fino all’1,4%).
La partita è incandescente, senza il via libera alla manovra la Commissione potrebbe mettere Roma sotto procedura per deficit, di fatto un commissariamento che impedirebbe a Renzi di tagliare le tasse (Ires e Irpef) nel 2017-2018, biennio elettorale. Giovedì la Commissione pubblicherà le previsioni economiche nelle quali, filtra da Bruxelles, segnalerà uno slittamento del deficit italiano al 2,5% del Pil. Se la Commissione non riconoscerà anche la clausola per i migranti, quello che in gergo si chiama «scostamento» in primavera potrebbe essere giudicato «significativo». Il che porterebbe appunto alla temuta procedura.

La Commissione ieri ha fatto sapere che deciderà “in primavera” e caso per caso, soltanto in presenza di spese effettuate. Insomma, anche a Bruxelles vogliono gli scontrini. E non intendono dare un via libera che era stato anche oggetto dell’incontro tra Renzi e Angela Merkel la scorsa settimana a Berlino. Per questo usano l’argomento Turchia, un chiaro tentativo di buttarla in caciara pienamente accolti dall’opposizione italiana (che sta con la Trojka contro il premier), come testimonia la confusa dichiarazione di Renato Brunetta di ieri:

“Come sempre Renzi imbroglia: la decisione della Commissione europea di non tenere conto nel calcolo del rapporto deficit/Pil, ai fini del rispetto dei parametri europei, dei contributi che ciascuno Stato versa al fondo di 3 miliardi di euro per la Turchia era stata presa ben prima che Renzi se ne intestasse la paternita’. Come ha fatto sapere l’Europa, infatti, tale decisione era gia’ contenuta ‘nella nota della Commissione inserita negli accordi tra i 28 quando e’ stato raggiunto l’accordo al vertice di dicembre'”. Lo afferma il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, che aggiunge: “Non si erano mai viste puntualizzazioni di tal fatta da parte della Commissione Ue prima che il premier italiano esacerbasse gli animi dei Commissari e in particolare di Jean Claude Juncker, che evidentemente ha deciso di rispondere colpo su colpo alle guasconate di Matteo Renzi. Nessuno in Europa sopporta piu’ il nostro presidente del Consiglio, che gioca sugli equivoci e si prende meriti che non sono suoi (gia’ Juncker in persona aveva stigmatizzato questo comportamento di Renzi nella sua famosa invettiva di Bruxelles contro il fiorentino). Se questi sono i presupposti, in primavera, quando ci sara’ il giudizio definitivo sulla Legge di stabilita’, ne vedremo delle belle”, pronostica infine Brunetta.

Il ricorso alla Corte di Giustizia Europea

L’Italia chiede che l’Unione Europea tenga conto anche dei 3,3 miliardi di euro che comportano le attività di soccorso dei migranti del Mediterraneo. Renzi punta a far accettare un 2,4% di deficit su Pil invece del 2,2%, in nome della flessibilità e della parità di trattamento dei membri e nella gestione dei fondi UE. In questo senso la Turchia sarebbe precedente e il tribunale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea costituirebbe l’ultima carta che il governo potrebbe giocarsi per far valere le sue ragioni anche in caso di procedura d’infrazione. Ma lo scontro potrebbe finire nel dimenticatoio nei prossimi mesi, visto che solo tra aprile e maggio la Commissione emetterà il verdetto definitivo sulla manovra italiana. Prima però potrebbe scoppiare un’altra emergenza. Sempre ieri un’altra portavoce, Vanessa Mock, ha precisato che «non ci sono piani» per cambiare le regole sul salvataggio bancario, voluto dagli Stati membri per salvaguardare i contribuenti e che è già prevista una verifica nel 2018. Qui la situazione potrebbe precipitare se l’Italia fosse il primo paese nel 2016 a vedere un ricorso al bail in per le sue banche tanto “solide” (come dicono Bankitalia e Tesoro). E allora sì che la situazione potrebbe precipitare.