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Tutto quello che non torna sulla versione di Elnaz Rekabi sull'hijab caduto | VIDEO

neXt quotidiano|

Elnaz Rekabi

Il suo gesto ha attirato e catalizzato per molte ore l’attenzione mediatica (e social) universale. Gareggiare ai Campionati asiatici di arrampicata sportiva senza indossare un hijab per coprire la sua testa – soprattutto in un momento così delicato per il suo Paese di origine – è stato un atto indicato da molti come “coraggioso”. Poi attorno a Elnaz Rekabi è calato il silenzio: i familiari e gli amici hanno raccontato che l’atleta iraniana non rispondeva al telefono e ai messaggi. Si è parlato anche del suo trasferimento in carcere (quello di Evin, dove è rinchiusa da settimane anche l’italiana Alessia Piperno). Infine la ricomparsa sui social e l’accoglienza in aeroporto nel suo viaggio di ritorno dalla Corea del Sud, con tanto di giustificazione: “Il velo mi è caduto, è stato un incidente). Cosa non torna in questa sua versione?

Elnaz Rekabi, tutto quello che non torna sul suo ritorno in Iran

Partiamo da un dettaglio fondamentale: qui non si sta mettendo in dubbio la buona fede di Elnaz Rekabi, ma si sta parlando delle dinamiche che spesso si palesano in regimi come quello iraniano. Partiamo dalla fine, ovvero il video del suo ritorno a Teheran.

Accolta da una folla festante, prima di riabbracciare i genitori, i parenti e gli amici una volta uscita dall’aeroporto. Una volta rimessi i piedi sul suolo di Teheran.

Prima ancora, Elnaz Rekabi – dopo un silenzio social durato più di 24 ore (e mentre iniziavano ad arrivare notizie sul suo ritorno anticipato in Iran) – aveva detto di non aver intenzionalmente gareggiato senza hijab, ma la mancata presenza del velo è stata un incidente. E ieri, una volta tornata in Iran, ha ribadito questa sua versione: “Come ho spiegato il sul mio canale Instagram, si è trattato di un incidente”.

Il video della sua gara

Dichiarazioni di rito imposte dal regime per evitare punizioni esemplari? Questa è una delle ipotesi. Perché basta vedere il video della sua gara per capire come quel velo non fosse mai stato presente sulla testa dell’atleta iraniana. Neanche prima di iniziare la sua arrampicata.

Capelli sciolti e liberi, come dovrebbe sempre essere. O, almeno, come ogni singola donna (ma anche ogni singolo essere umano) dovrebbe poter scegliere. Eppure, una volta scoppiato il caso (con l’esaltazione per il gesto e la condanna da parte dei ferventi sostenitori del regime iraniano), è iniziata la retromarcia. Prima le voci sul fratello arrestato (senza motivo) in modo da costringerla a tornare nel Paese, poi quelle sul passaporto e il telefono cellulare sequestrati dalla federazione. Infine le voci del trasferimento in carcere. Ipotesi che, quest’ultima, è stata smentita da Teheran. Ma i dissidenti del regime iraniano sostengono che dopo l’accoglienza in aeroporto, Elnaz Rekabi sia stata realmente portata nella prigione di Evin. E molti dei tasselli della narrazione raccontata dopo la diffusione del video della sua partecipazione ai Campionati asiatici di arrampicata sportiva, non tornano. Il gesto è evidente, ma le “scuse” sembrano essere forzate. Anzi, sembrano esser state forzate.