Economia

Perché la “tassa” sui prelievi bancomat non serve a nulla

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Qualche giorno fa una nota del Centro Studi di Confindustria dal titolo Incentivare uso moneta elettronica e disincentivare il contante: una proposta proponeva al Governo di introdurre un pacchetto di incentivi sull’uso della moneta elettronica e di disincentivi sull’uso del contante. In particolare Confindustria suggeriva di «introdurre una commissione in percentuale dei prelievi da ATM o sportello eccedenti una certa soglia mensile». In poche parole una tassa sui prelievi di denaro (dallo sportello bancomat).

L’inutile ira di Salvini per la tassa sul contante

La soglia massima viene calcolata in 1.500 euro. Secondo Confidustria così facendo il 75% dei conti correnti italiani (quelli da cui viene prelevato mensilmente meno della cifra) sarebbero esenti dalla commissione mentre applicandone una pari al 2% (da calcolarsi in percentuale sul prelievo effettuato) «si avrebbe un gettito annuale di circa 3,4 miliardi». Secondo il Centro Studi di Confidustria «la misura è da intendersi come intervento antievasione». Ma, come vedremo, non ha alcun senso. Visto che verrebbe tassato l’uso di denaro la cui provenienza è generalmente già nota, dal momento che giace nei conti correnti. Nella nota si legge che sarebbero gli istituti di credito a dover provvedere a prelevare dal conto che sfora il limite il 2%: «la banca opererebbe come una sorta di sostituto d’imposta, versando all’erario con le modalità e le tempistiche già in essere per gli altri casi».

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C’è chi, come Matteo Salvini e il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro La Verità hanno parlato di “tassa sui prelievi in contante” raccontando che qualcuno (e sotto al titolone ci sono le foto di Monti e Conte) sta pensando di tassare i prelievi contanti. Nell’articolo poi viene spiegata la natura della proposta, ma il messaggio che fa passare il leader della Lega è completamente diverso.

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Naturalmente il leader della Lega omette che quel “qualcuno” non fa parte della compagine di governo ma è una delle associazioni di categoria. Una volta chiarito che nessuno (a parte Confindustria, che però non ha il potere di farlo) sta pensando di tassare i prelievi al Bancomat è il caso di spiegare perché questa proposta non ha senso e soprattutto non è assolutamente utile al fine di disincentivare i pagamenti in nero.

Perché la “tassa” sul prelievo al Bancomat non funziona ed è inapplicabile

Partiamo dall’inizio: è abbastanza pacifico che chi evade il Fisico e chi effettua pagamenti in nero non utilizza denaro depositato o che transita su conti correnti. Per il semplice motivo che quei flussi di denaro sono tracciabili (come prevede la legge). Ad oggi del resto non c’è una legge che impedisca di svuotare – per le ragioni più diverse – un conto corrente e tenere i soldi sotto il materasso (o in una cassetta di sicurezza o in cassaforte). Anzi, di per sé il prelievo di contante non è un’attività illecita. Nella maggior parte dei casi il denaro che si trova nei conti correnti è denaro legittimamente guadagnato. Un lavoratore che – poniamo – riceve mensilmente un bonifico da duemila euro dalla sua azienda per quale motivo non potrebbe prelevarli tutti di colpo? Ha senso considerarlo un “possibile evasore”? Ovviamente la risposta è no. Non si spiega in che modo tassare i prelievi oltre una certa sogli sia un disincentivo all’evasione. Perché va da sé che quella diventerebbe una tassa sul possesso di una determinata quantità (ripetiamo: non ci sono limiti riguardo al possesso, ma solo allo scambio di contante tra soggetti non registrati).

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Ci sono poi delle difficoltà tecniche: volendo aggirare la norma proposta da Confindustria si potrebbero semplicemente utilizzare più conti correnti, meglio se di diversi istituti di credito per aggirare eventuali controlli incrociati. E lì chi è che farebbe da “sostituto d’imposta”? Ma ammettiamo che le banche accettino di buon grado, chi verrebbe tassato? I pensionati che ritirano la pensione per intero, i supermercati che prelevano contanti (ad esempio le monete metalliche) per dare i resti alla cassa. Oppure le aziende che prelevano contanti per tutta una serie di pagamenti per i quali la tracciabilità non è richiesta (anticipi e rimborsi spese, incentivi all’esodo e così via). Non si tratta per la verità di un’idea nuova. Nel 2012 Milena Gabanelli sul Corriere della Sera di applicare «a tutti i prelievi e depositi di contante una tassa del 33%, che però viene contemporaneamente restituita sotto forma di sgravio fiscale, per i primi 150 euro al mese a testa, quello che serve cash per le piccole spese quotidiane, come l’autobus, il giornale o il parcheggio» in base all’assunto che «solo tre categorie umane non possono fare a meno del contante: lo spacciatore, il delinquente, l’evasore».

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Dario Stevanato, professore ordinario di diritto tributario all’Università di Trieste, fa notare sul suo blog alcuni dettagli che non tornano. Il primo è che quella che Confindustria chiama “commissione” sarebbe in realtà una tassa vera e propria (seppure presentata come sanzione) sul patrimonio. «Ma a quel punto – scrive Stevanato – quella che Confidustria qualifica come “commissione”, avendo in realtà natura tributaria, di vera e propria “imposta”, dovrebbe rispettare l’art. 53 Cost., cioè riferirsi a una specifica capacità contributiva dell’obbligato (il correntista che effettua prelievi sopra soglia). Sotto questo profilo però, si finirebbe per tassare un fatto “neutro” sul piano delle manifestazioni di ricchezza usualmente assoggettate al tributo». In parole povere, la proposta di Confindustria, come già quella di Milena Gabanelli: è inapplicabile e ingiusta.

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