Opinioni

La rivoluzione comica dell’Italia

Quando si viaggia all’estero, non importa se in un paese tecnologicamente evoluto o del terzo mondo, la sensazione finale è inevitabile. Appena si rimette piede sul suolo patrio saltano all’occhio tutte le contraddizioni e le debolezze del sistema Italia: persone incompetenti in posti chiave, spreco di denaro pubblico, mentalità burocratica ed assistenzialista, incapacità di innovarsi e rinnovarsi, spocchia, arroganza e narcisismo. Uno finisce per fare il noioso “grillo Parlante” sia se stigmatizza il proprio mondo del lavoro (per me il mondo accademico dei matematici), che se ci si duole delle nefandezze strutturali. In realtà viviamo un continuum di matrioske: i difetti microscopici si gonfiano e riverberano fino a dimensioni macroscopiche senza soluzione di continuità. Un frattalista prestato alla sociologia individuerebbe nel nostro sistema paese e nella società che lo esprime una forma di autosimilarità deteriore. Conosco bene il mondo della Matematica e credo offra un’efficace metafora del Paese. La Matematica è una scienza ardua e raffinata. L’Italia nonostante tutto è una potenza a livello mondiale: recentemente un giovane professore di formazione italiana ha vinto la Fields Medal (l’equivalente del Premio Nobel per la Matematica). Produciamo naturalmente talenti: da co-editore in chief di una rivista scientifica ho ricevuto un lavoro di uno studente ancora liceale che mi ha stupito per le sue profonde competenze. Insomma una rappresentazione biunivoca di ciò che l’Italia esprime: una società ancora opulenta, con punte di eccellenza nell’industria (specialmente manifatturiera), un capitale umano di altissimo livello, laureati richiesti ovunque ed in lizza per posti chiave a livello mondiale.


Ma le storture del sistema prevalgono su questi indubbi punti di forza: in Matematica non riusciamo a trattenere i nostri ragazzi migliori, non riusciamo ad essere attraenti per i talenti stranieri, siamo soffocati dalla burocrazia, non sappiamo adeguarci alle mutate necessità della società in continua evoluzione, i nostri vertici sono a dir poco inadeguati ed arroganti e dirigono la nave, a tutta forza, verso gli scogli della ricerca marginale e fine a se stessa. Come non cogliere l’inquietante similitudine con il sistema Italia? Talvolta emergono segni di speranza. Sicuramente altri popoli avrebbero rovesciato il tavolo e cambiato le carte in tavola con una rivoluzione.. Ma l’indole degli Italiani è diversa. L’ultima rivoluzione seria risale all’epoca dei Gracchi. Ma un segnale c’è stato. Il 4 Marzo il Popolo Italiano ha reagito. Avevamo bisogno di un cambiamento, di un forte cambiamento. Dovevamo scrollarci di torno personaggi che ci hanno stupito per la loro conclamata inesperienza ed inettitudine (vedi la Madia che si vantava di portare in dote la sua straordinaria inesperienza e, purtroppo per noi, si è potuto misurare quanto abissale lo fosse), per la loro conclamata incapacità di usare un lessico corretto (vedasi i mitici Razzi e Scilipoti ), per la loro incapacità di incidere sulla società (vedasi Maria Elena Boschi e la Mogherini), per una mancanza di un adeguato cursus honorum (vedasi Minetti o il Trota). La reazione del popolo italiano di mandare al diavolo la classe dirigente che ha governato l’Italia fino al 4 marzo è stata condivisibile e persino ampiamente giustificata. I nuovi non sono meglio di quelli che li hanno preceduti ma almeno stanno avendo il grande merito di spazzare via una classe dirigente ipertrofica, incapace e disonesta mirabilmente descritta in “La Grande Bellezza”. Dal 1990 il PDL e il PDmenoL (aveva assolutamente ragione Grillo a considerare il PD e il PDL due facce opposte della stessa moneta) hanno occupato le posizioni di comando governando in modo mediocre ed inetto.

 

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Se si voleva cambiare occorreva sbarazzarci di queste forze parassitarie. Come dicevo prima, se fossimo stati in Francia o in Russia, sarebbe apparso un Robespierre o un Lenin. Siccome siamo in Italia abbiamo avuto un comico come uomo del destino. Forse abbiamo reagito ad una situazione che diventava sempre più disperata in un modo non serio, ma almeno abbiamo reagito. Adesso si deve sperare che questa “rivoluzione” non si riveli una mera occupazione delle leve di potere da parte della nuova “casta” vincente, ma sia uno strumento per permettere alle forze vitali del Paese di esprimere tutto il loro potenziale. Per imprimere una svolta al Paese non avrebbe bisogno di grandi cose, ma di tante piccole rivoluzioni. Ad ogni livello. Noi Matematici avremmo bisogno di adeguare il nostro insegnamento alle novità imposte dai grandi mutamenti di questi ultimi decenni. Non solo ricerca pura ma anche rinnovata attenzione alla didattica in modo da preparare giovani (e meno giovani) alle nuove professioni richieste dal mercato. L’Italia avrebbe bisogno di competenza, di un ascensore sociale per dare speranze ed opportunità ai giovani, di meno burocrazia asfissiante. Insomma tutte cose che richiederebbero sostanzialmente solo buon senso e tanta buona volontà. Soprattutto richiedono che la classe dirigente inetta che ci ha governato fino adesso, sia definitivamente messa da parte e sia lasciato spazio alla “società civile”, quella che sta tirando avanti, bene o male, la baracca. Ce la faremo a cambiare rotta e ad evitare il naufragio?

 

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Vincenzo Vespri

Vincenzo Vespri è professore di matematica all’Università degli Studi di Firenze Oltre ad essere un professore universitario di Matematica che vede con sgomento l'università italiana andare sempre più alla deriva, sono anche un valutatore di progetti scientifici ed industriali (sia a livello italiano che europeo). Vedere nuove idee, vedere imprese che nascono, vedere giovani imprenditori che per realizzare le proprie idee combattono fatiche di Sisifo contro il sistema paleo-burocratico e sclerotizzato, è un' esperienza tipo Blade Runner: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser".