Editoriale

Riccardo Faggin, la colpa non è dei genitori ma di una società che ti fa sentire sbagliato anche quando non lo sei

Lorenzo Tosa|

Riccardo Faggin

Io non lo so cos’è successo esattamente la sera del 29 novembre, a Padova, intorno alla mezzanotte, quando Riccardo Faggin si è schiantato in auto contro un platano perdendo la vita a 26 anni. Nessuno di noi, ancora, lo sa con certezza.

Quello che sappiamo è che il giorno dopo avrebbe dovuto discutere una tesi che neanche era prevista all’infuori delle mura di casa, di una laurea che non era neppure lontanamente all’orizzonte, ma che aveva annunciato con orgoglio ai genitori, e tutto era pronto per la festa.

Riccardo Faggin, le colpe della società e non dei genitori

Quello che posso solo immaginare è come abbia potuto vivere Riccardo gli ultimi giorni della sua vita, gli ultimi mesi, forse anni, schiacciato dalla pressione di essere quello che gli altri si aspettano che tu sia – o che tu credi si aspettino da te – compresso sotto il peso enorme della performance ad ogni costo, del “sii perfetto” come postura, del successo come obbligo e condanna.

Quello che so è che ogni volta che qualcuno propaganda modelli performativi tossici, successi viziati in partenza o squalifica la diversità e le fragilità altrui, in quel momento sta facendo dei danni immani, e a volte irreparabili, a tutti i Riccardo che, legittimamente, non riescono a corrispondere alle aspettative altrui o hanno solo tempi diversi o differenti inclinazioni, senza magari neppure immaginarlo. Quello che, infine, da genitore, riesco a provare sulla pelle viva è come si sentono oggi mamma Luisa e papà Stefano, persi in un senso di colpa che non dà tregua, che fa dire al padre – ho i brividi solo a sentirlo – “provo vergogna per non aver capito che mio figlio si sentiva in trappola”.

A Luisa e Stefano voglio dire che non sono soli. E che, se loro hanno qualche eventuale responsabilità, la devono condividere con tutti noi genitori, società, scuola, istituzioni, media e tutti quelli che, in questi anni, hanno propagandato un modello inesistente di performance e perfezione che schiaccia le persone, quasi sempre umilia, a volte – in casi estremi – uccide.
Nessuno si senta assolto.
Ciao Riccardo. Scusaci.