Editoriale

Non tutti di fronte a un cancro sono obbligati ad essere guerrieri come Mihajlovic

Lorenzo Tosa|

sinisa Mihajlovic

Io, sinceramente, li capisco quelli che ricordano e ci ricordano che un malato di cancro non è un guerriero. Capisco profondamente – anche se non fisicamente, non essendo passato da questo calvario inaudito – quei malati oncologici stanchi di dover corrispondere a un ideale stereotipato di combattente, esasperati dal dover “gareggiare” a tutti i costi con altri pazienti magari più reattivi nei confronti della malattia, più attrezzati economicamente o, semplicemente, più fortunati di loro.

Come ci ha insegnato Gianluca Vialli, non siamo tenuti ad essere “guerrieri” nella misura in cui quella contro il cancro non è una guerra che si può vincere o perdere, un cancro assomiglia di più a un compagno di viaggio, un ospite indesiderato con cui bisogna convivere, una fase della vita da affrontare nel modo in cui si può e in cui si vuole. Non esistono obblighi né doveri in un cammino del genere, né alcuna forma di confronto o competizione.

Un malato di cancro PUÒ essere un guerriero, per le stesse ragioni in cui nessuno è obbligato ad esserlo.

Ognuno di noi, purtroppo, conosce almeno una persona che guerriera lo è o lo è stata, semplicemente perché questo è lo spirito con cui si è sentito di affrontarla, questa battaglia enorme. Senza che, per questo, nessuno si senta migliore o peggiore di altri.

E, se c’è uno su cui quella definizione non stona, quello è stato proprio Sinisa Mihajlovic, per indole, per la sua storia, forse più prosaicamente perché anche noi, in fondo, in fondo, avevamo bisogno di vederlo così, senza falsi eroismi, semplicemente per esorcizzare, attraverso lui, le nostre paure.

La verità è che non esiste il giusto e lo sbagliato, esistiamo noi, con la nostra forza e le nostre fragilità, che ci abitano nella stessa giornata o a volte persino nello stesso istante, liberi di essere chiunque senza mai essere obbligati a diventare qualcosa.