Fact checking

Le clamorose indagini del PD sulle fake news

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Matteo Renzi sostiene che sulle fake news il Partito Democratico stia facendo “servizio pubblico”. Lo dice oggi dopo la pubblicazione del primo numero del Report disinformazione, il rapporto periodico del Partito Democratico sull’industria delle false notizie in rete. Nelle intenzioni del PD i rapporti sulle fake news dovrebbero essere pubblicati a cadenza quindicinale. Per ora il primo fa un sunto di quanto detto nelle scorse settimane sui “network” di presunti simpatizzanti del M5S e della Lega Nord dediti a fare disinformazione.

L’analisi del PD manca il bersaglio

Di fatto però il “Report disinformazione” non fa molta chiarezza né abbastanza informazione. Partiamo dalle conclusioni del rapporto dove si legge che «la rappresentazione della rete emersa da questa prima ricognizione risulta quanto mai opaca e intricata. Amici e avversari si confondono spesso». Il che tradotto significa semplicemente che gli autori del rapporto (i cui nomi non vengono resi noti) non hanno idea di come interpretare i dati raccolti. Anche perché gli elementi fattuali sono davvero pochi e non c’è alcuna pistola fumante che possa indicare una chiara e precisa responsabilità politica.
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Ciononostante non si rinuncia a citare tutto il ventaglio di ipotesi di possibili mandanti più o meno occulti. Si va da Luca Morisi, stratega della comunicazione della Lega Nord e di Matteo Salvini a Luigi Di Maio, passando per Ruptly, il servizio video di Russia Today. C’è tutto quindi: ci sono i russi, i grillini e i leghisti. Tutti assieme appassionatamente. Andando però a vedere nel rapporto come questi fili di intrecciano a formare una trama si rimane delusi. Anche il più convinto sostenitore dell’esistenza di una centrale a 5 Stelle o leghista che governa il network delle fake news sarà costretto ad ammettere che c’è poco da dire.

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Fonte

Le prove fin qui esposte si limitano al fatto che Daniele Ferrari – uno degli admin di tre pagine non ufficiali di fan del 5 Stelle – sia stato taggato in tre post sulle pagine ufficiali di Di Maio e del deputato veneto Riccardo Fraccaro. Come questo sia stato possibile (e il motivo) rimane un mistero.
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Una spiegazione molto semplice è che fino a qualche tempo fa Facebook consentiva agli utenti di taggarsi nelle foto pubblicate dalle pagine. Ora è possibile che sia stato Ferrari a taggarsi, poi sulle pagine è stata implementata la funzione che impediva agli utenti di poterlo fare. Un’ipotesi che però non viene contemplata nel rapporto ma che sarebbe stato più corretto indicare, per non fare disinformazione e suggerire – ad esempio – che Ferrari sia in qualche modo “in combutta” con Di Maio (o viceversa). I post “incriminati” invece risultano essere stati rimossi.

Amicizie virtuali e guadagni reali

Altro elemento “cruciale” è il fatto che alcuni personaggi chiave di questa rete, come ad esempio il creatore del sito di Noi con Salvini e proprietario di alcune pagine unofficial vicine al M5S Marco Mignogna, siano anche amici su Facebook di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un’amicizia che – sottolinea il rapporto – è “ricambiata”. Una notazione curiosa, visto che tutte le amicizie su Facebook “reali” o “di facciata” che siano sono per forza di cose ricambiate. C’è infine il discorso dei guadagni. È stato spesso sottolineato che gli autori di certe notizie (e i titolari di “reti” di siti di bufale o misinformation) lo facciano per guadagnare. Il fine non sarebbe quindi politico ma meramente economico.
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Si tratta di “imprenditori”, detti anche paginisti, che gestiscono professionalmente decine di pagine e siti web creando contenuti al solo scopo di ottenere il maggior numero di visualizzazioni. Va da sé che più una notizia è roboante, scandalosa, sensazionale (non importa se falsa) maggiore sarà la presa del clickbaiting e la possibilità di aumentare le views. Il PD però sovrastima decisamente il valore del ritorno economico di un sito ( Adesso Basta) che genera 300-400mila visualizzazioni di pagina al mese. Diecimila euro potrebbe essere, non molto realisticamente, il fatturato generato dall’intero circuito di siti “di fake news” e di notizie esageratamente tendenziose. Un’altra imprecisione che rende questo “Rapporto sulla disinformazione” davvero poco informativo. Ma l’intento è chiaro: sulle fake news i partiti politici vogliono buttarla in caciara. E così il tema della misinformation diventa l’ennesimo spauracchio per spaventare gli elettori.