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Come hanno preso Renzi e il PD la sconfitta ai ballottaggi

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Matteo Renzi l’ha presa bene. Ieri mentre si contavano le sconfitte dei candidati del centrosinistra ai ballottaggi anche in storiche roccaforti rosse dove in anni più belli si poteva anche candidare un cane e vincere lo stesso, il segretario del Partito Democratico ufficialmente scriveva su Facebook che «poteva andare meglio» e che «il risultato complessivo non è un granché».

Come hanno preso Renzi e il PD la sconfitta ai ballottaggi

Secondo lo status che evidentemente Renzi si era preparato a pubblicare da giorni, alla fin fine però i risultati sono “a macchia di leopardo” e non c’è da preoccuparsi per il risultato:

Ovviamente i commenti per una settimana saranno i soliti, consueti, apocalittici. Qualcuno dirà che ci voleva la coalizione, ignorando che c’era la coalizione sia dove si è vinto, sia dove si è perso. Qualcuno dirà che questo risultato è un campanello d’allarme, non si capisce per cosa e perché visto che in un comune perdi, in quello accanto vinci. Gente che non ha mai preso un voto commenterà con enfasi dimenticando che i candidati contano più del dibattito nazionale nello scegliere un sindaco. Poi il chiacchiericcio si sposterà altrove. Come sempre, più di sempre. Perché le elezioni amministrative sono un’altra cosa rispetto alle elezioni politiche.

Intanto, su internet, la pagina Facebook Matteo Renzi News impilava una interessante analisi della sconfitta, a cui però non tutti davano mostra di credere:
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A parlare con Repubblica oggi è invece Gianni Cuperlo, che stranamente è ancora dentro il PD: «La rottura tra noi e un pezzo della società che nel Pd dovrebbe riconsocersi dura da alcuni anni e senza aggredire questo limite non si torna a vincere. Tanto più che la destra è viva e non vedo spazi per alcuna operazione alla Macron. La sola strada è ripartire dai nostri principi, da una discontinuità di contenuti, stile, linguaggio e ricostruire così una fiducia che si è smarrita». Goffredo De Marchis invece dà conto della curiosa morìa di big del Partito Democratico nel commento dei risultati di ieri e spiega la linea:

 Matteo Orfini è costretto a disertare perché sta seguendo, da ex commissario, il congresso per il Pd romano. Matteo Renzi non prevede un passaggio, salvo sorprese notturne, e tiene i contatti con i fedelissimi attraverso il telefono. Con Matteo Ricci, il responsabile enti locali presente a Roma, con Maurizio Martina, il vicesegretario, con lo stesso Orfini, e con Andrea Rossi responsabile organizzativo. Cosa si dice tra i membri del quartier generale? Che i risultati sono «brutti» e questo non sarà negato con la formuletta del «voto locale». Che in Italia soffia «un vento di centrodestra» e la sfida delle elezioni politiche alla fine sarà contro Berlusconi e Salvini. Che i 5stelle sembrava dovessero «vincere fino al 2030» e invece alla fine il duello sarà tra i poli tradizionali.

Il meraviglioso retroscena di Renzi

Se invece avete voglia di psichedelia, potete affidarvi al retroscena che la cantrice ufficiale del renzismo al Corriere, Maria Teresa Meli, verga per il quotidiano raccontandoci il “vero pensiero” di Renzi. Ovvero che la colpa della sconfitta è delle “alleanze spurie”, ovvero di Pisapia:

Ma fare finta che l’esito elettorale non sia quello che è è impossibile. A lcellulare, con i dirigenti del suo partito, il segretario, dopo aver visto al volo i primi risultati ammette: «Le alleanze spurie non servono a niente, è inutile prenderci in giro. Il Pd è l’unico argine al grillismo e al populismo», è la constatazione di Renzi. Quindi la chiosa: «Abbiamo messo candidati di sinistra in queste elezioni, non del Pd. Ci avevano detto che senza un centrosinistra allargato non si vinceva,che ci voleva l’Ulivo, che serviva l’Unione, bene abbiamo seguito questo ragionamento e che è successo?». In parole povere non è la coalizione di centrosinistra, onnicomprensiva, a poter vincere le elezioni, a giudizio di Renzi. La situazione è ben più complessa. E, secondo il segretario del Pd, la situazione che si è venuta a creare evidenzia la «necessità di un Partito democratico».

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Ma il massimo del surreale si raggiunge quando nel racconto della Meli si scopre che le elezioni sarebbero tutte un trucco dei Poteri Forti per permettere i regali alle banche:

È sua convinzione che dei risultati elettorali interessi a pochi. Sta succedendo dell’altro, e secondo lui è importante: si cerca di «far passare in secondo piano i miliardi di euro regalati alle banche». È questo ciò che gli preme di più.

Ora, se questo virgolettato fosse vero significherebbe che a Renzi sfugge che al governo attualmente ci sia il Partito Democratico. Più lucida invece l’analisi di Francesca Schianchi per la Stampa:

Genova, persa dopo anni di dominio incontrastato. Dove pure il centrosinistra si presentava unito, una coalizione sbilanciata a sinistra, sostenuta anche dagli scissionisti di Mdp perché, spiegano dal Pd ligure, «dopo la sconfitta della Paita di due anni fa si pensava che con un renziano non si potesse vincere». Ecco, è proprio a partire dai dati del capoluogo ligure che il segretario dem ieri sera discuteva con i suoi: «Berlusconi c’è ancora. Siamo andati al voto con uno schema antiGrillo, ora bisogna trovarne uno più efficace contro il centrodestra: dobbiamo rafforzare il profilo riformista». Frase che i suoi interlocutori hanno interpretato in un solo modo: se per fronteggiare Grillo bisognava inseguire Pisapia, contro la destra serve un Renzi più prima maniera. Alla faccia della richiesta orlandiana di «ricostruire un centrosinistra».

Insomma, il prossimo obiettivo saranno le alleanze furbe. Come ai bei tempi di quel partito di centro che sgovernava l’Italia.