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Il vero problema del Piano Rom della giunta Raggi

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Il Comune di Roma ad inizio luglio ha pubblicato il bando per la chiusura dei campi Rom. Il bando, che utilizza i fondi PON Metro riguarda solo due campi: quello de La Barbuta e quello della Monachina. Il finanziamento complessivo per il progetto è pari a 3,8 milioni di euro. L’obiettivo è quello di arrivare alla dismissione definitiva dei due insediamenti. Per farlo il Comune cerca due soggetti che mettano a disposizione il personale necessario per convincere i residenti dei due campi a lasciare gli insediamenti entro il 2020.

Cosa prevede il bando per la chiusura dei campi della Monachina e La Barbuta

Questa è l’unica sostanziale differenza con il Piano Operativo di Roma Capitale per il 2014-2020 pubblicato nell’aprile 2017. In quel piano infatti il Comune prevedeva di riuscire a trasferire solo il 10% delle famiglie che vivono nei due campi per un totale di 60 persone. Il bando invece parla chiaro, tutti i Rom dei due insediamenti interessati. Si tratta di 656 persone e 100 nuclei familiari al La Barbuta e 115 persone e 30 nuclei familiari a quello de La Monachina.
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Non fanno parte del bando i contributi per l’inclusione abitativa. Complessivamente il finanziamento per i due lotti è pari a  2.267.980,00 euro mentre 1 milione e 530 mila euro rimangono fuori dalla gara d’appalto e saranno destinati alle politiche per la casa e per il lavoro verranno gestiti direttamente dall’assessorato per le politiche sociali in base alle segnalazioni da parte dei vincitori dei lotti. L’incentivo per l’inclusione abitativa – specifica il bando – sarà di importo non superiore a 10.000 euro per singolo/nucleo familiare. Verrà erogato “direttamente dal Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute, con i previsti fondi del PON Città Metropolitane 2014/2020, mediante determinazione del Direttore della Direzione Accoglienza ed Inclusione”.

Manca il coinvolgimento degli abitanti dei campi

Sarà compito dei vincitori dell’appalto quello di coinvolgere le parti nella realizzazione del progetto. Questo crea naturalmente un primo problema e una prima fonte d’attrito con le associazioni che si occupano dei diritti della popolazione Rom e Sinti. Da molto tempo infatti le associazioni, in particolare l’Associazione Nazione Rom lamentano come il Comune non abbia minimamente coinvolto gli abitanti dei vari insediamenti della Capitale nella realizzazione del piano. Come spiega il rappresentante dell’Associazione Nazione Rom Marcello Zuinisi si tratta di un problema pedagogico ed educativo perché «le cose non si fanno sulla testa delle persone e soprattutto l’inclusione è qualcosa che si fa assieme». Inoltre al momento a Roma la vera situazione critica è quella del campo di Castel Romano, perché – chiede Zuinisi – non partire da lì?

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Fonte: Del. 105 del 26/05/2017

Ed è strano che un’Amministrazione che è stata eletta promettendo maggiore partecipazione dei cittadini nelle scelte del Comune quando si tratta di un tema delicato come quello dell’inclusione di Rom e Sinti non sia disposta a sedersi ad un tavolo con le varie associazioni che li rappresentano. Eppure sarebbe molto più semplice chiudere i campi se tutte le parti venissero coinvolte. Ed è questo il vero paradosso del Piano di Inclusione di Roma Capitale: quello di escludere la voce delle persone delle quali vorrebbe favorire l’inclusione. Per questo motivo l’associazione Nazione Rom sta organizzando un congresso che avrà luogo nella Sala della Protomoteca dal titolo “Il piano di inclusione di Roma Capitale”. Vale la pena di ricordare che la Comunicazione n.173 del 4 aprile 201 della Commissione Europea recante il quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020 prevede che le associazioni e gli abitanti dei campi vengano coinvolti attivamente nei processi decisionali. Cosa che fino ad ora non è avvenuta.

Che fine ha fatto il Camping River?

Dal bando inoltre manca del tutto qualsiasi riferimento al Camping River. Si tratta di un insediamento che si trova nel Municipio XV e che la Raggi aveva promesso sarebbe stato chiuso entro il 30 giugno. Il campo non è stato chiuso. Con la deliberazione 146 del 28 giugno 2017 la Giunta ha modificato il Piano di indirizzo per estendere le misure sperimentali agli ospiti del “Camping River”. Ma il problema è che nessuno degli ospiti del Camping River, spiega Zuinisi, accetterà quel piano. Di questo ne sono a conoscenza sia la Sindaca sia l’Assessora al Sociale Laura Baldassarre.
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Ed in effetti anche se in quella delibera la Giunta aveva determinato di inserire il Camping River tra quelli oggetto del bando poi nel capitolato non si fa menzione di quell’insediamento. Ma la deliberazione 146 presenta anche ben altre criticità. Il primo ostacolo è quello relativo all’uscita dal campo: dove andranno gli abitanti? In teoria il piano prevede che vengano reperiti degli alloggi da privati. Questo perché l’edilizia popolare a Roma non riesce a coprire tutto il fabbisogno. Il problema è che fino ad ora nessuno dei residenti è riuscito a siglare un contratto di pre-affitto con le agenzie, che richiedono ad esempio la copia del contratto di lavoro. Ed è evidente che questo per molte persone che vivono ai margini della società rappresenta un ostacolo insormontabile.
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Ma non c’è solo questo: Ad esempio in un passaggio si legge che esclusivamente per gli ospiti del Camping River “si potrà erogare l’incentivo finalizzato a finanziare la compartecipazione alla spesa per l’utilizzo di moduli abitativi, secondo un piano finanziario allegato al Patto”. In pratica il Comune finanzierà l’acquisto di casette per trasferire i Rom altrove. Senza però dire dove e con il rischio che quelle casette vengano localizzate in altri insediamenti (e che soluzione sarebbe) magari al campo Candoni o peggio su terreni agricoli (quindi sarebbero altri insediamenti non autorizzati). Sembra proprio il gioco delle tre carte, far sparire i Rom da un campo per farli comparire altrove. E l’inclusione dov’è?