Economia

Latte versato: perché i pastori sardi protestano

andrea rosas pastori sardi

Alcune decine di pastori hanno bloccato stamattina lo svincolo di Losa, nell’Oristanese, sulla strada statale 131 all’altezza dell’abitato di Abbasanta, inscenando una nuova protesta per rivendicare un’equa remunerazione del latte ovino e delle carni. Una cisterna della cooperativa Cao è stata bloccata e il latte riversato sulla carreggiata.

 

Latte versato: perché i pastori sardi protestano

La protesta dei pastori sardi si è spostata poi a Macomer, a pochi chilometri più a nord dal punto nel quale migliaia di litri di latte sono stati sversati sulla carreggiata. Il prodotto era all’interno di due cisterne, una dell’azienda Arborea e l’altra della Cooperativa allevatori ovini di Oristano, che sono state quasi completamente svuotate. Sull’asfalto sono rimasti anche diversi cartoni di latte schiacciati poi dalle auto, non appena è ripreso la normale viabilità.

Gli allevatori hanno improvvisato un corteo di auto e pick-up lungo tutta la Statale in direzione Nord per arrivare nel centro di Macomer, dove già questa mattina alcuni pastori hanno buttato a terra il loro latte. Nei video, che stanno facendo il giro della rete, alcuni diventati virali (si arriva quasi a 200 mila visualizzazioni), la sequenza di immagini è sempre la stessa: uno o più allevatori che aprono i rubinetti delle loro cisterne e lasciano scorrere a terra il latte, urlando la propria rabbia per la remunerazione del prodotto ritenuta troppo esigua per poter rientrare con le spese, nonostante la tenuta del prezzo del formaggio – in particolare il Pecorino Romano – che regola tuttora l’andamento del mercato.

Il problema del latte sardo è il prezzo

Qualche pastore, invece di buttare il latte, ha deciso di farlo bere ai maiali, sempre in segno di protesta. In tutti i post compare l’hashtag #pastorisardi. Il presidente di Anci Sardegna Emiliano Deiana ha scritto un post su Fb sulla protesta dei pastori: «Ci vogliono – banalmente – interventi che sostengono i pastori nell’acutezza di una crisi (due anni fa il prezzo del latte era a 1.20 euro; oggi è a 0,60 centesimi facendo uscire dal circuito economico del mondo pastorale – per parlare di soldi – circa 180 milioni di euro) e interventi che mirino al cambiamento, al rinnovamento e alla diversificazione delle attività e delle produzioni».

“È da tre mesi che diciamo che si sta tirando troppo la corda. Ancora ieri al tavolo del latte, la parte industriale non è convenuta alle nostre proposte ma ha chiesto un ulteriore rinvio, non rendendosi conto che il tempo è scaduto. Per noi e per tutto il mondo della produzione il tavolo è momentaneamente chiuso, andremo avanti con la mobilitazione”, ha detto il presidente di Coldiretti Sardegna Battista Cualbu: «Seguiremo due binari: quello delle iniziative dimostrative e quello legale. Ci rifaremo all’articolo 62 della legge 1 del 2012 in cui sono previste sanzioni oltre i 3 milioni. Lo faremo contro quegli industriali che pagano il latte sotto i costi di produzione, a 60 centesimi. Abbiamo i dati certificati da Ismea che lo dimostrano”. La legge in questione, ricorda Cualbu, “vieta qualsiasi comportamento del contraente che, abusando della propria maggior forza commerciale, imponga condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, ad esempio qualsiasi patto che preveda prezzi particolarmente iniqui o palesemente al di sotto dei costi di produzione”.

Leggi sull’argomento: Lorenzo Marinelli e Daniel Bazzano: le risate dopo aver sparato a Manuel

Il prezzo del pecorino romano

Aggiunge il direttore di Coldiretti, Luca Saba: “Stiamo portando avanti iniziative concrete e mirate. Abbiamo anche altre denunce legali che metteremo in campo a tutela dei pastori. Adesso spetta ai trasformatori dare un segnale concreto e immediato proponendo un prezzo di acconto più alto di questi miseri 60 centesimi“. La storia comincia nel 2015 e riguarda la produzione del pecorino romano a cui quel latte è destinato: “Quando il prezzo del Romano sfiorava i dieci euro, erano all’ordine del giorno le dichiarazioni di catastrofe dei trasformatori, che di lì a poco avrebbero cominciato a contrattare il latte con i pastori per la nuova annata. Una litania arrivata fino a minacciare la chiusura dei caseifici per evitare – scrivevano – il ‘collasso del sistema produttivo lattiero caseario ovino'”, ricordava qualche tempo fa la Coldiretti. Poi si verificò un crollo del prezzo l’anno successivo. Nella primavera 2017 il prezzo era di 4,20 euro, prima che arrivasse una lieve ripresa

Nella campagna lattiero-casearia 2017-2018 il prezzo del latte di pecora è stato di 85 centesimi al litro. “Con il prezzo del Romano lievitato fino a 8 euro e 50 centesimi al chilogrammo – scriveva la Coldiretti nel gennaio 2018 – vengono sottratte alla tasche dei pastori non meno di 100 milioni di euro, perché il prezzo del latte è sostanzialmente non proporzionato al prezzo del prodotto finito. Il prezzo del Pecorino romano, prodotto con il latte pagato a 60 centesimi di euro al litro nella campagna lattiero casearia 2016-2017, sale repentinamente: “tocca gli 8,50 euro al chilogrammo, prezzo di piazza, (Clal lo dà a 7,45 euro/chilogrammo)” era scritto nella nota della Coldiretti Sardegna. Secondo i produttori la ripresa del prezzo del pecorino non si è riverberata nella ripresa del prezzo del latte di pecora necessario per produrlo: c’è una differenza abissale tra il trend di crescita del Pecorino romano e quello del latte. Uno più che raddoppiato (+102,4%), l’altro fermo al +41,7%

 

Il Pecorino Romano Dop

In un’analisi dell’Unione Sarda firmata da Emanuele Dessì si spiega che al Pecorino Romano Dop, che assorbe il 50-55% del latte ovino sardo (ma in passato si è superato il 70%), è sempre stato ancorato il prezzo del latte da corrispondere ai pastori.

Anche senza aiuti, qualche anno fa il Pecorino romano ha spuntato 10 euro al chilo. E il latte? È balzato oltre l’euro al litro. Pastori contenti? Sì, ma non troppo: il valore aggiunto per i trasformatori – hanno fatto notare – è stato ben più alto.

Oggi un chilo di Romano si vende poco oltre i 5 euro. Il mercato è saturo, molti caseifici hanno le cantine piene di forme. E ai pastori vengono offerti 60 centesimi al litro. Più di un trasformatore fa notare come gli allevatori beneficino comunque di sostegni pubblici, come la misura per il benessere animale.

Ma, con 0,60 euro per un litro di latte, aiuti a parte, la pastorizia sarda rischia comunque di non stare in piedi.

È importante sottolineare che negli ultimi anni è arrivato il taglio delle cosiddette restituzioni, gli aiuti Ue per ogni chilo di formaggio venduto nel Nord America. Il pecorino romano si regge senza sussidi sul mercato, di conseguenza lo stesso vale per i produttori della materia prima.

Le proposte di soluzione del problema 

Tra le soluzioni proposte c’è quella di Coldiretti: un prezzo di acconto di 70 centesimi al litro, da ricontrattare periodicamente sulla base dei dati produttivi reali. Il patto prevede un prezzo di acconto per i primi tre mesi del 2019 di 70 centesimi di euro più Iva. Prezzo da ricontrattare ogni tre mesi, quando il tavolo di filiera dell’assessorato all’Agricoltura verifica le quantità di latte ovino e di formaggi prodotti per tipologia, in modo da poter intervenire in tempo reale per correggere eventuali storture.

L’assessore regionale Caria ha proposto invece di «fissare una forbice del prezzo del latte, per almeno i prossimi 3 o 5 anni, sulla media di quanto è stato pagato ai pastori negli ultimi 5 anni: un dato che dovrebbe quindi muoversi fra gli 80 e gli 85 centesimi di euro a litro. A questo è inoltre necessario affiancare un premio che valorizzi la qualità, attraverso la costituzione di apposite griglie produttive, dove chi investe per il raggiungimento di un latte di eccellenza riesca ad avere ricavi maggiori». L’Unione Sarda cita la proposta di slegare il prezzo del latte dalle vendite del Romano, mettendo in conto anche agli altri pecorini che, sui mercati, viaggiano su quotazioni più alte.

Sui social network è circolato molto il video di Andrea Rosas, che ha spiegato le ragioni della protesta ma ha anche risposto a chi commentava gli articoli che uscivano stamattina sui giornali online dicendo che quel latte si poteva regalare ai poveri: «Faccio un appello anche a tutti quei fenomeni da tastiera che criticano la scelta di buttare il latte o darlo da bere gli animali, se per un attimo capirete che non siamo più padroni del nostro lavoro e del nostro sacrificio la penserete esattamente come noi!». Rosas ha spiegato che quello che vendono è latte di pecora, che  non può essere consumato così ma ha bisogno di essere lavorato in processi di trasformazione che hanno un costo molto alto, quindi non può essere semplicemente regalato a chiunque per essere consumato.

Leggi sull’argomento: La figura da cioccolataio di Di Maio che dà la colpa “ai governi precedenti” per Pernigotti