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Il panico da Brexit e la fregatura dei sondaggi

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Mentre la media dei sondaggi sulla Brexit dà il fronte del Leave in vantaggio, la Banca Centrale Europea prepara il paracadute per evitare il panico sui mercati. Un panico che nei listini è già arrivato (ieri l’Europa ha bruciato 130 miliardi) a fronte dei risultati di rilevazioni che hanno già fallito in occasione del referendum della Scozia e che oggi potrebbero essere inaccurati a causa della sovrastima dei risultati dei sondaggi in Rete. Spiega oggi il Corriere della Sera in un articolo a firma di Federico Fubini:

Sono quelli diffusi più spesso, perché sono i meno cari. Spesso li commissionano i grandi media indipendenti, sempre molto attenti ai costi. Negli ultimi due mesi, circa la metà di poco più di trenta sondaggi in rete ha prodotto maggioranze a favore della Brexit; in un terzo dei casi un orientamento contrario, mentre una volta su cinque è emerso un pareggio. Almeno sulla carta, non doveva andare così. Di solito sono raggiungibili su Internet elettori più giovani, istruiti, più spesso residenti nelle grandi città: esattamente il tipo di popolazione che tende a schierarsi una Gran Bretagna ancorata all’Unione europea. Il mezzo però distorce il risultato, perché per partecipare a un sondaggio in Rete bisogna essere abbastanza motivati da riempire un formulario e dare il proprio consenso all’utilizzo dei dati. E fra queste persone, come emerge anche dalla loro presenza su Facebook o su Twitter, i favorevoli alla rottura con l’Europa sono di più.
Ci sono poi i sondaggi al telefono fisso, un po’ meno numerosi perché chiamare almeno mille persone costa. Con questa tecnica meno del 20% delle consultazioni dà il fronte del “Leave” in vantaggio, mentre la tendenza che emerge è chiaramente a favore del “Remain”: restare nella Ue. Non dovrebbe andare così, neanche in questo caso: al telefono di casa vengono raggiunte più spesso persone più anziane, lontane dalle grandi città, più euroscettiche. Ma questi sondaggi limitano la possibilità di rispondere “non so”, quindi gli elettori tendono a preferire lo status quo.

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Brexit, il conto per la UE (IL Messaggero, 14 giugno 2016)

È quest’incertezza che ha spinto alcuni grandi manager della City a commissionare anche un terzo tipo di sondaggi privati. Sono più affidabili, almeno in teoria, perché vengono effettuati di persona casa per casa. E poiché un pacchetto di rilevazioni di questo tipo costa da 100 mila sterline in su – in base alla frequenza – riescono a commissionarne quasi solo gli “hedge fund” e le grandi istituzioni finanziarie. Quest’ultimo tipo di sondaggi ha sempre prodotto una maggioranza a favore del Regno Unito dentro la Ue. Era di circa 55% a 45% fino a dieci giorni fa, poi il margine si è molto ristretto per poi riaprirsi. Ma nessuno oggi può giurare che queste stime siano meno sbagliate di tutte le altre.

Il panico da Brexit e i sondaggi ballerini

Nei giorni scorsi vari esponenti politici hanno sembrato voler freddare l’aspettativa di svolte clamorose verso una maggiore integrazione economica e politica, per esempio della zona euro come risposta a Brexit. Lo stesso ministro olandese delle finanze Dijsselbloem, al secondo mandato come presidente dell’Eurogruppo e presidente di turno dell’Ecofin, ha indicato come sia difficile immaginare che in questo momento politico, caratterizzato da estesi settori di opinioni pubbliche in molti paesi fortemente orientato su posizioni euroscettiche, possano aversi decisioni più ‘integrazioniste”. D’altra parte l’opinione corrente negli ambienti comunitari e della Ue e’ che prima delle elezioni politiche in Germania e delle presidenziali in Francia “non si muoverà foglia”, ricorda un diplomatico europeo. E si aggiungano anche le elezioni in Olanda. Il 26 giugno, a voto britannico concluso, si vota in Spagna dopo il ‘flop’ delle elezioni politiche di dicembre dalle quali non e’ uscito alcun vincitore in grado di formare un governo.

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Sondaggi Brexit, l’ultima rilevazione del Guardian: Leave in testa

Intanto ci si concentra sui probabili effetti del Leave. Spiega oggi il Messaggero:

Uno degli scenari possibili è quello di un rialzo dei tassi a catena. Con un inevitabile impatto negativo su mutui variabili e prestiti, che diventerebbero più salati. Il Quantitative easing della Bce, ulteriormente potenziato da Mario Draghi il 10 marzo scorso con il programma di acquisto di bond corporate, ha infatti dato la spinta decisiva anche al mercato dei mutui e dei prestiti che potrebbero per risentire negativamente e d’imboccare una curva a U se Francoforte optasse per un rialzo. Ipotesi che rimescolerebbe le carte in tavola e per questo al momento ancora estremamente remota. Un altro elemento di preoccupazione è quello delle ripercussioni sullo spread. La Germania è uno dei Paesi più coinvolti dalle conseguenze dell’instabilità finanziaria: la fuga dai titoli azionari e dalla sterlina, già sotto pressione in questi giorni, ha portato alla corsa ai titoli di Stato tedeschi, considerati, al paridel loro, beni rifugio per eccellenza. I rendimenti del Bund a 10 anni sono quindi arrivati a sfiorare quota zero, fino a un minimo di 0,011%.

 

L’effetto a catena

Ma c’è un altro fronte di timore, stavolta tutto politico. Ed è quello dell’effetto a catena sugli altri stati con forte componente euroscettica, come Olanda, Svezia e Danimarca. Spiega Ferdinando Giugliano su Repubblica:

E possibile che i governi in carica all’Aja, a Stoccolma o a Copenhagen riescano a sventare l’ipotesi di un ricorso alle urne. Ma anche Cameron credeva di poter evitare il referendum, e non c’è riuscito. In ogni modo la richiesta di un voto popolare per decidere se restare o lasciare la Ue potrebbe diventare in ogni capitale uno strumento di forte pressione politica delle opposizioni contro i governi. E non solo nei Paesi del Nord, ma anche in Francia, in Austria o in Italia, dove le opposizioni anti-europee sono forti ed agguerrite. Secondo gli analisti di Bruxelles il contagio referendario è meno probabile tra i Paesi dell’Est europeo, dove pure sono al governo partiti populisti ed euroscettici, ma che ricevono dal bilancio Ue ingenti finanziamenti grazie ai quali alimentano una robusta crescita economica. In questo caso, però, potrebbero essere proprio i governi a minacciare di usare l’arma dei referendum per ottenere ulteriori concessioni dall’Europa.

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La composizione dei fronti al referendum sulla Brexit

E qui si arriva al secondo pericolo di contagio che emana dalle urne britanniche anche e soprattutto nel caso di una sconfitta di Brexit: quello di un’Europa delle eccezioni. Se la Gran Bretagna decidesse di restare, godrebbe infatti di uno statuto particolare che le è stato concesso dagli altri capi di governo al vertice di febbraio. Potrà restare fuori da qualsiasi ulteriore forma di integrazione. Non dovrà rispettare le regole comuni in materia di “welfare”. Non sarà vincolata dall’impegno ad una «Unione sempre più integrata» che è iscritto nei Trattati. Potrà non ritenersi vincolata dalla Carta dei valori che fa anch’essa parte dei Trattati. Anche se negli accordi di febbraio si precisa che il caso britannico è irripetibile, quanto tempo passerà prima che altri governi chiedano a loro volta la concessione di eccezioni su temi che stanno loro particolarmente a cuore? E che succederà se lo faranno impugnando la minaccia di un referendum, come ha fatto Cameron? L’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia hanno tutti contenziosi di principio aperti con Bruxelles. Perché dovrebbero piegarsi alle leggi europee quando hanno davanti l’esempio della Gran Bretagna che ne è stata esentata?.

Nel frattempo una nuova rilevazione realizzata da Orb International per il Telegraph, prendendo in considerazione gli elettori che dichiarano che si recheranno sicuramente alle urne, assegna alla campagna ‘Leave’ il 49% dei consensi, contro il 48% della campagna pro Ue ‘Remain’. E’ la prima volta dall’inizio di aprile che il fronte pro Brexit si trova in vantaggio nelle rilevazioni Orb. Gli euroscettici guadagnano terreno anche tenendo in considerazione la totalità dell’elettorato. In questo caso, l’ipotesi ‘Leave è valutata al 44%, con un’avanzata di 4 punti rispetto alla scorsa settimana, contro il 49% della campagna ‘Remain’, che ha invece perso 3 punti. Intanto il rendimento del Bund decennale tedesco è sceso sotto zero per la prima volta nella storia. Si e’ verificata una corsa agli acquisti dettata dalle politiche ultra-accomodanti delle banche centrali e dai timori per l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, dopo il referendum sulla Brexit del 23 giugno prossimo.