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Mimmo Mignano: Luigi Di Maio e l’operaio licenziato dalla FIAT

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Oggi a 1/2 Ora in più Luigi Di Maio si è trovato di fronte un servizio su Mimmo Mignano, l’operaio licenziato dalla FIAT a Pomigliano d’Arco per aver inscenato con un manichino il suicidio di Marchionne davanti al polo logistico di Nola con tute macchiate di sangue, distribuendo un finto “testamento” dell’amministratore delegato.

Mimmo Mignano: Luigi Di Maio e l’operaio licenziato dalla FIAT

Mimmo Mignano mostra all’inviata della trasmissione di Lucia Annunziata le telefonate che ha fatto a Di Maio, senza ottenere risposta se non un messaggio della segreteria telefonica. Di Maio dice di averlo incontrato l’altroieri a Pomigliano. Mignano era stato già incontrato da Di Maio dopo che si era cosparso di benzina e dato fuoco nel giugno 2018, quando il vicepremier era stato appena nominato ministro.

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Ma perché Mimmo Mignano è stato licenziato dalla FIAT? Assieme a Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, Mignano aveva inscenato con un manichino il suicidio di Marchionne davanti al polo logistico di Nola con tute macchiate di sangue, distribuendo un finto “testamento” dell’amministratore delegato. Una protesta simile si era ripetuta qualche giorno dopo davanti ai cancelli dello stabilimento di Pomigliano con il “funerale” di Marchionne. All’epoca si spiegò che prima della scena del manichino un’operaia in cassa integrazione si era suicidata, un altro operaio suicida aveva lasciato una lettera in cui riconduceva le ragioni della sua scelta alla precarietà lavorativa. Questo aveva scosso le maestranze che quindi nel giugno 2014 inscenarono le proteste.

Di Maio e Mimmo Mignano

Una decina di giorni dopo l’azienda aveva disposto il licenziamento, confermato un anno più tardi dal Tribunale di Nola. La Corte d’appello di Napoli, invece, nel 2016 aveva disposto il reintegro, ritenendo legittimo, per quanto aspro, “l’esercizio del diritto di critica” tramite “una rappresentazione sarcastica priva di violenza”. Secondo la Cassazione, però, neppure la satira “può esorbitare la continenza” con l’attribuzione di qualità “disonorevoli”, “riferimenti volgari” e “infamanti”.

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“Le modalità espressive della critica manifestata dai lavoratori – ha scritto nella sentenza la sezione lavoro della Suprema Corte – hanno travalicato i limiti di rispetto della democratica convivenza civile”, con “un comportamento idoneo a ledere definitivamente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro”. E ravvisando un errore di diritto nella decisione d’appello, ha deciso nel merito la causa confermando i licenziamenti. Dopo il reintegro disposto dalla Corte d’Appello per due anni gli operai sono stati tenuti fuori dall’azienda, benché a salario pieno. Al Festival di Sanremo di quest’anno lo Stato Sociale si è presentato sul palco dell’Ariston con il nome dei cinque appuntati sulla giacca in segno di solidarietà.

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