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Perdere la Sicilia per far fuori Renzi: il piano nascosto dei big del PD

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Se il Partito Democratico non dovesse conseguire un risultato decente alle elezioni in Sicilia una parte del PD sarebbe pronta a chiedere a Matteo Renzi di non essere il candidato premier della coalizione che si presenterà alle urne per le elezioni politiche di febbraio-marzo. Domani si vota nell’isola e gli ultimi sondaggi davano un testa a testa tra Giancarlo Cancelleri del MoVimento 5 Stelle e Nello Musumeci del centrodestra. Micari invece è in difficoltà e viene tallonato da Fava, il candidato della sinistra.

Perdere la Sicilia per far fuori Renzi: il piano nascosto dei big del PD

Per questo, racconta oggi Tommaso Ciriaco su Repubblica, Renzi è pronto alla resistenza: «Convocherò per il 14 di novembre la direzione nazionale – è il progetto anti-sfondamento confidato ai suoi dal segretario – e rilancerò la coalizione. Dirò che il premier si deciderà dopo le elezioni e che noi presenteremo una squadra. Se mi chiedono le primarie, sono anche pronto a farle. Ma credo che nessuno me le chiederà».

Almeno su questo il leader non ha torto, perché la soluzione preferita dai ministri antirenziani del Pd – da Andrea Orlando a Dario Franceschini – è una staffetta morbida alla guida del centrosinistra. Fuori Renzi, dentro un nome unitario. «Alla Gentiloni», è la sintesi ricorrente. Ecco il campo di battaglia su cui si giocherà il futuro del centrosinistra la prossima settimana. […]

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Il problema è capire se questo schema studiato a tavolino reggerà l’urto della sconfitta, che al Nazareno considerano inevitabile. Per esorcizzare l’attesa, si fa di conto. Con 2 milioni di votanti, il 20% di coalizione è giudicato quasi in cassaforte. Se invece l’affluenza dovesse sfondare la soglia dei 2 milioni e mezzo, l’effetto potrebbe essere devastante.
La verità è che proprio quest’ultimo è lo scenario preferito da molti big dem, Renzi escluso. Ed è la precondizione per affermare quell’idea di “direttorio” che Dario Franceschini ripete un po’ a tutti. Andrea Orlando, ad esempio, insiste sempre sulla necessità di allargare la coalizione, con l‘obiettivo di costringere Renzi a un passo di lato.

Insomma, la stessa questione che è stata posta pubblicamente dallo stesso Orlando ieri a Radio Capital: «Dopo le elezioni nell’isola – dice il Guardasigilli – serve fare una riflessione seria: se vince Micari, non ha la maggioranza e dovrà confrontarsi con Fava. E se perde una ricongiunzione con Fava si impone. Dopo la Sicilia si ridiscuterà della coalizione e di tutto». Anche del candidato premier? «Sì, ci si mette attorno a un tavolo e si discute di tutto».

Renzi e la fronda interna

Il giorno dopo quindi si scatenerà la guerra tra Matteo Renzi e la fronda interna che è pronta da tempo a “suggerire” un candidato più spendibile per affrontare le elezioni politiche alleandosi con la sinistra rendendo così più raggiungibile l’obiettivo di reggere alle prossime elezioni. D’altro canto le simulazioni del Rosatellum certificano una batosta non indifferente in arrivo per il Partito Democratico in caso di corsa in solitaria o con il solo appoggio dei centristi di Alfano. Fabio Martini sulla Stampa ipotizza che a correre sia Paolo Gentiloni:

Il sillogismo non ancora esplicitato è questo: per vincere le elezioni, tanto più dopo risultati elettorali negativi, serve una coalizione più larga, ma poiché i compagni di Mdp non accetteranno mai un caposquadra chiamato Matteo Renzi, occorre trovare un candidato premier di sintesi. E qui arriva la piccola sorpresa: gli aspiranti candidati – in campo attivamente e non solo virtualmente – sono più d’uno. E per scoprirne i nomi, basta ripercorre la scia dei fautori della coalizione.

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In pole position c’è colui che da dieci mesi abita a palazzo Chigi, quel Paolo Gentiloni che nei sondaggi sulla fiducia degli italiani continua a mantenere il primo posto. L’ultima rilevazione Ixè è in linea con le precedenti: nella top ten della fiducia, Gentiloni ottiene il 39 per cento dei consensi, contro il 32 di Di Maio, il 27 di Renzi e Salvini. E circa la probabilità di votare Pd alle prossime elezioni, il 3,9% disposto a farlo se il leader è Renzi, diventa 7,1 in caso di leadership Gentiloni.

Un altro nome che potrebbe essere maggiormente gradito a Renzi è quello del ministro delle infrastrutture Graziano Delrio, che in altre occasioni era stato beccato a dire quello che pensava “dei renziani”.