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Cosa succede quando il M5S non rispetta le sue regole (spoiler: niente)

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Il MoVimento 5 Stelle si è sempre presentato come il partito degli onesti, di quelli che hanno messo il rispetto delle regole e della legalità sopra ogni cosa. Lo ha ribadito qualche giorno fa anche il vicepremier Luigi Di Maio parlando dell’Ilva alla Camera spiegando che «il rispetto della legalità viene prima di un eventuale nuovo piano ambientale e occupazionale». Per poter essere alfieri della legalità il partito di Grillo e Casaleggio si è dato così uno stringente e complesso sistema di regole, statuti e codici etici che consente ai parlamentare e agli eletti pentastellati di affermare la propria superiorità morale rispetto agli “altri”.

Sarti, Lannutti e D’Ippolito, i tre parlamentari M5S condannati per diffamazione

Il problema è che spesso e volentieri questo sofisticato sistema di di codici e codicilli non serve a garantire l’assoluta onestà (in senso grillino) degli eletti. Si veda ad esempio lo scandalo rimborsopoli. Ma se sulla questione dei rimborsi non c’erano fatti penalmente rilevanti diversa è la situazione quando i gruppi di Camera e Senato si trovano di fronte a casi di deputati e senatori condannati. È il caso di Giulia Sarti, deputata riminese già coinvolta nella vicenda degli scontrini, del senatore Elio Lannutti e del deputato Giuseppe D’Ippolito. Tutti e tre sono stati condannati per diffamazione, un reato contemplato dall’articolo 595 codice penale.

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Lo statuto del gruppo M5S alla Camera [Fonte]

La Sarti è stata condannata per diffamazione nei confronti di Filippo Graziosi, giornalista del Resto del Carlino di Rimini, che su Facebook la deputata M5S aveva definito “sciacallo”. Il presidente di Adusbef Lannutti è stato condannato dal tribunale di Terni a pagare 20.000 euro alla Banca d’Italia per diffamazione. D’Ippolito infine è stato condannato – con il beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione – a mesi quattro reclusione per la diffamazione nei confronti dell’ex senatore Pietro Aiello (NCD). Il deputato a 5 Stelle aveva falsamente affermato che Aiello era stato rinviato a giudizio nel processo “Perseo”. Sono tutte sentenze di primo grado, quindi non si tratta di condanne definitive.

Cosa prevedono gli statuti dei gruppi di Camera e Senato

Eppure all’articolo 21 dello Statuto del gruppo parlamentare della Camera e del Senato è scritto che «il Presidente del Gruppo, sentito il Comitato Direttivo, nel caso in cui siano segnalate violazioni del presente Regolamento o del “Codice etico” ad esso allegato, può disporre, sulla base della gravità dell’atto o del fatto, il richiamo, la sospensione temporanea o l’espulsione dal Gruppo di un componente». Lo Statuto rimanda quindi al Codice Etico che stabilisce che una condanna penale, anche solo di primo grado, è incompatibile con il mantenimento di una carica elettiva quale portavoce del MoVimento 5 Stelle. Il Codice Etico però sancisce anche che è a discrezione degli Organi Associativi stabilire la gravità ai fini disciplinari «di fatti astrattamente riconducibili ai c.d. reati d’opinione nonché di fattispecie in cui l’espressione di un pensiero».

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Il Codice Etico del M5S [Fonte]

Quindi Sarti, Lannutti e D’Ippolito sono salvi essendo stati condannati per diffamazione? Non proprio. Perché le regole del gruppo parlamentare sono volutamente più rigide. Lo Statuto infatti al comma 2 dell’articolo 21 aggiunge che «costituiscono, comunque, cause di sanzione» le «mancate dimissioni dalla propria carica in caso di condanna penale, ancorché non definitiva». Questo significa che indipendentemente da quanto scritto nel Codice Etico un parlamentare a 5 Stelle può essere sanzionato qualora non si dimettesse dalla carica in caso di condanna penale, anche se non definitiva. Ed è esattamente il caso di Sarti, Lannutti e D’Ippolito. Non risulta però che nei confronti dei tre parlamentari siano stati avviati procedimenti disciplinari che possono portare anche all’espulsione dai gruppi del M5S di Camera e Senato. E i tre parlamentari non hanno nemmeno annunciato la loro “autosospensione” dal gruppo parlamentare. Un modo tutto grillino per annunciare la propria incompatibilità con le regole interne.

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E non è l’unico caso in cui, durante questa legislatura, il MoVimento 5 Stelle non ha dato corso alle sanzioni previste dallo Statuto. Ad esempio il deputato-testimonial (sic!) Andrea Mura è stato espulso dal M5S e, in base a quanto scritto nel comma 5 del già citato articolo 21 dello Statuto del gruppo parlamentare, è obbligato a pagare entro dieci giorni la penale da 100 mila euro prevista per chi viene espulso (o si dimette per ragioni di dissenso politico) dal gruppo del MoVimento. Ovviamente Mura, così come tanti altri eletti a 5 Stelle espulsi o che si sono allontanati dal partito, non dovrà pagare nulla. E continuerà a rimanere al suo posto, pagato dagli italiani, eletto con i voti del M5S, scelto personalmente da Di Maio.

Leggi sull’argomento: Andrea Mura espulso dal M5S