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Luigi Di Maio ha usato l'immunità per difendersi da una querela?

luigi di maio

«Ho sentito ieri il presidente del Consiglio che parla del fatto che alcuni di noi parlamentari della Repubblica ci stiamo scudando con l’immunità parlamentare da alcune dichiarazioni che abbiamo fatto sul Partito Democratico. Lo ripete in continuazione e crede di essere furbo. Spiegate al presidente del Consiglio che c’è differenza tra immunità e insindacabilità, ma soprattutto spiegategli che noi le immunità e le insindacabilità non le utilizzeremo mai. Non ci proteggiamo dietro questi strumenti. Sono loro che si proteggono così»: parole di Luigi Di Maio che risalgono a maggio 2016 e che facevano trasparire il giusto orgoglio del vicepresidente della Camera nel sottolineare la differenza tra “loro” e gli “altri”. E che sono state peraltro decisive nel convincere il senatore Mario Michele Giarrusso in occasione della querela di una deputata del Partito Democratico.

Ma secondo Alessia Morani, vicepresidente dei deputati del Partito Democratico, le parole vengono smentite dai fatti: “Ancora una volta ci troviamo di fronte alla doppia morale del movimento stelle. Se da un lato invocano lo stop all’immunità parlamentare, dall’altro non vi rinunciano quando chiamati in causa. Vi ricordate la ‘lista dei cattivi’ giornalisti che Di Maio divulgò qualche mese fa? Per la querela arrivata scopriamo oggi che il candidato presidente del consiglio non ha rinunciato all’immunità parlamentare e così il caso è stato archiviato”. La giornalista in questione è Elena G. Polidori del Resto del Carlino e il riferimento è a questa dichiarazione su Facebook che risale al 7 febbraio scorso e riguarda la vicenda delle polizze stipulate da Romeo che avevano tra i beneficiari anche Virginia Raggi. Di Maio ha detto di aver inviato una lettera all’Ordine dei Giornalisti per chiedere una punizione nei confronti dei giornalisti che avevano riportato la notizia in modo secondo lui inappropriato.

“Gentile Presidente,
la libertà di stampa è un valore irrinunciabile per ogni Paese democratico. Ma altrettanto irrinunciabile è il rispetto della verità a cui ogni giornalista, per deontologia ed etica professionale, dovrebbe attenersi. In questi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indegno da parte di certa stampa, che ha usato la vicenda di una polizza a vita intestata a Salvatore Romeo, e il cui vero beneficiario è lui stesso tranne nell’ipotesi estremamente improbabile della sua morte, per infangare e colpire in maniera brutale la sindaca Virginia Raggi e l’intero Movimento 5 Stelle. L’operazione di discredito nei confronti della Raggi è iniziata ben prima che il Movimento 5 Stelle vincesse le elezioni a Roma: lo sapevamo ed eravamo preparati a questo, ma oggi si è toccato un limite che è nostro dovere denunciare.
Da osservatore attento avrà seguito la vicenda sulla polizza e saprà: 1) che la Raggi non ha mai preso un soldo; 2) che appresa dai magistrati la notizia della polizza, ha immediatamente richiesto che il suo nome venisse rimosso dal documento; 3) che la Procura stessa ha precisato che nella vicenda non si ipotizza alcun reato e che la polizza non è da considerarsi uno strumento di corruzione. Su gran parte dei Tg e dei giornali usciti il 3, il 4 e il 5 febbraio, però, gli italiani hanno letto un’altra storia, costruita non su fatti documentabili, ma su menzogne e notizie letteralmente inventate. E anche quando la Procura è intervenuta per ristabilire la verità, i giornali hanno continuato con le ipotesi, i sospetti, i dubbi e le insinuazioni. Nessuno sino ad oggi ha chiesto scusa né a Virginia Raggi, né al Movimento 5 Stelle, né ai lettori.
Lei Presidente mi invita a non generalizzare un’intera categoria, ma a segnalarle i casi di comportamenti deontologicamente scorretti. Eccoli qui di seguito, con nomi e cognomi. Giudichi Lei se questa è informazione.
Emiliano Fittipaldi (L’Espresso) a L’Aria Che Tira (La7) il 3 febbraio: “Qualcuno ipotizza addirittura che i soldi di Romeo non siano soldi suoi, ma soldi in conto terzi che qualche esterno ha cercato di utilizzare per fare voto di scambio e per scalare il M5S dall’esterno”.
Corriere della Sera, 3 febbraio, Fiorenza Sarzanini, titolo “La provvista da 90 mila euro e la pista che porta alla compravendita di voti”: Il sospetto è che almeno una parte di quei soldi provenissero da chi aveva deciso di puntare tutto sulla giovane avvocatessa […] Dunque servissero a comprare voti. E siano soltanto una parte dei finanziamenti occulti giunti al Movimento 5 Stelle a Roma”.
La Repubblica, 3 febbraio, Carlo Bonini, titolo “Tesoretti segreti e ricatti, che legano il nuovo potere ai vecchi padroni di Roma”: Marra sapeva bene di come trafficasse la Raggi per conto di Romeo” […] Se infatti quelle tre polizze erano una “fiche” puntata su una delle anime del Movimento cinquestelle romano quella “nero fumo”, quella che doveva garantirsi un serbatoio di voti a destra perché prevalesse sulla cordata […] se erano la contropartita per sigillare un patto politico”.
Il Giornale, 3 febbraio, Alessandro Sallusti: “se è stata una tangente postdatata – ipotesi più probabile – parliamo di reato di una certa rilevanza”.
QN-Carlino-Nazione-Giorno, 3 febbraio, Elena Polidori, titolo “La pista dei soldi”. “Si indaga su altre assicurazioni a beneficio di politici del movimento”.
Il Messaggero, 3 febbraio, Valentina Errante/Sara Menafra, titolo “Una polizza inguaia la Raggi. C’è la pista dei fondi elettorali”: “La pista dei fondi coperti della campagna elettorale. (…) Spunta un conto aperto da Romeo nel 2013. L’ombra dei voti comprati”. “Quel legame inspiegabile con i suoi fedelissimi, favoriti contro ogni morale grillina, adesso sembra trovare davvero una chiave di lettura. E’ il peccato originale di Virginia Raggi (…). Almeno in un caso ci sarebbe stato un accordo: soldi (…)”.
La Stampa, 3 febbraio, Edoardo Izzo: “Potrebbe emergere un’ipotesi di corruzione dietro le irregolarità emerse nell’inchiesta sulle nomine che coinvolge la sindaca di Roma Virginia Raggi”.
Corriere della Sera, 4 febbraio, Fiorenza Sarzanini/Ilaria Sacchettoni: “Quelle […] potrebbero dunque rappresentare una sorta di fondo concesso in garanzia a chi poi poteva concedergli favori”.
QN-Carlino-Nazione-Giorno, 4 febbraio, Elena Polidori, titolo “Raggi, l’inchiesta porta ad Ama”
Il Messaggero, 4 febbraio, Valentina Errante/ Sara Menafra: “Un meccanismo che potrebbe rappresentare un modo per tenere unita l’organizzazione a cinque stelle con un patto economico, oltre che politico”.
All’elenco si aggiungono gli articoli pubblicati oggi da Corriere della Sera e Repubblica, in cui io stesso vengo tirato in ballo,nonostante avessi già smentito tutto a dicembre 2016, con illazioni diffamatorie che non trovano riscontro nei fatti:
Corriere della Sera, 7 febbraio, Fiorenza Sarzanini: “Soprattutto quel che successe l’estate scorsa quando Marra sostiene di aver deciso di lasciare l’incarico in Campidoglio e di essere stato convinto a rimanere durante l’incontro con Luigi Di Maio. Che cosa gli disse il parlamentare grillino per fargli cambiare idea? Quali garanzie gli offrì, visto che lui stesso ha detto di averlo ricevuto alla Camera su richiesta della sindaca?”
Repubblica, 7 febbraio, Carlo Bonini, titolo ‘la scia dei “quattro amici” porta al ruolo di Di Maio’: “il garante fu l’uomo che il M5S candida a guidare il Paese, Luigi Di Maio. Già, è Di Maio il convitato di pietra di questa storia. […] Fu Di Maio a convincere Marra a non abbandonare prematuramente il suo lavoro di badante della Raggi […] E fu ancora Di Maio, quale garante di quella scelta politica, a difendere il rapporto privilegiato ed esclusivo dei «quattro amici al bar» di cui oggi nulla resta”.”

Per questa vicenda la Polidori ha proposto querela nei confronti del vicepresidente della Camera e candidato premier M5S, che secondo quanto racconta la deputata Morani (lui sul tema è silente) non ha rinunciato all’immunità. Nel suo pezzo oggi per il Carlino, Polidori scrive che nell’ordinanza del tribunale di Roma la querela viene archiviata in virtù dell’articolo 68 della Costituzione, cioè all’immunità parlamentare, «essendo l’indagato un deputato e vicepresidente della Camera nell’attuale legislatura». “Se Di Maio fosse stato coerente con le sue parole, avrebbe dovuto comunicare al GIP di voler rinunciare all’immunità”, chiosa.
EDIT: Il M5S precisa in serata sulla vicenda:

“Luigi Di Maio non ha mai avuto alcuna conoscenza di un atto processuale relativo alla querela della giornalista Elena Polidori e quindi non hai mai potuto invocare l’immunità parlamentare né rinunciare alla sua applicazione”. Lo precisa l’ufficio comunicazione del gruppo del MoVimento 5 Stelle alla Camera a proposito della querela di alcuni giornalisti contro Di Maio per sue affermazioni sulla categoria dei giornalisti. “Il giudice – afferma lo staff M5s- ha evidentemente ritenuto applicabile il diritto di critica, riconosciuto a tutti i cittadini. Infine, è possibile che nel provvedimento di archiviazione venga scritto dal giudice che, stante le sue prerogative da parlamentare, le espressioni utilizzate da Luigi Di Maio rientrino nel legittimo esercizio del diritto di critica e dunque che non si dia luogo a procedere”.