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Lotus Birth: come funziona il parto integrale che preserva l'aura del bambino

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Il caso della mamma di Udine che ha chiesto che il cordone ombelicale del figlio non venisse reciso dalla placenta ha riportato all’attenzione del pubblico la pratica nota come Lotus Birth. Nelle informazioni del principale gruppo italiano di Lotus Birth (Lotus Birth Italia – nati con la placenta) si intende “la nascita in cui, dopo il secondamento naturale, il cordone non viene reciso ma si attende il distacco spontaneo dall’ombelico del bambino nei giorni successivi alla nascita”.

Cos’è il Lotus Birth

La pratica è stata “messa a punto” da un’infermiera statunitense, Clair Lotus Day, che nel 1974 decise che il taglio del cordone ombelicale dalla placenta potesse creare un trauma nel neonato. L’infermiera fu la prima – così narrano le cronache – ad avere “la percezione che il taglio del cordone ombelicale fosse una violenza sul corpo fisico ed eterico del bambino”. Sul sito dell’associazione italiana Lotus Birth® Italia scopriamo che Clair Lotus Day aveva il dono particolare di vedere l’aura delle persone ed è proprio grazie a questo dono che ha cominciato a interrogarsi sul potere della nascita con la placenta. L’infermiera si era resa conto che l’aura di chi non aveva subito il taglio del cordone fosse vibrante e integra.
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Solitamente, ci informano alcune mamme, ci vogliono dai tre ai sette giorni perché la placenta “nasca” anche lei. Durante questo periodo la placenta e il cordone ombelicale vengono trasportati assieme al neonato. Non mancano i consigli pratici: meglio salarla e cospargerla di erbe aromatiche (come se fosse una costata) o scolarla e lavarla ogni giorno? Ognuno può fare un po’ come vuole perché ogni placenta è diversa dall’altra e non sembra esserci una regola definita.

Dopo l’espulsione, la placenta va scolata ad esempio in uno scolapasta in modo che i liquidi possano defluire. Una volta scollata si sistema in un contenitore (aperto) ad esempio una ciotola di ceramica o di plastica. Fino al distacco può rimanere lì, oppure si avvolge in un panno da ricambiare appena è bagnato. C’è chi lo inserisce in una borsa fatta di tessuto appositamente. Dopo il primo giorno c’è chi la sparge con il sale grosso e chi non. Ogni placenta è diversa e secondo la velocità con cui si secca e si rimpicciolisce, si decide di lavarla, spargerla col sale o altro. Dipende anche in quale stagione ci si trova e a quale temperature si trova l’ambiente.

L’importante è che la placenta e il cordone ombelicale si stacchino da sé, dopo che il neonato ha assorbito tutta l’energia vitale (fisica e “psichica”) della placenta visto e considerato che è stata il centro energetico per nove mesi. Queste mamme infatti sostengono che gli adulti – e i medici – non abbiano diritto “di amputare una parte fisica di un essere appena creato e nato”. La placenta e il bambino sono cresciuti assieme nella pancia della mamma e sarebbe quindi ingiusto e crudele separarli.

Della placenta non si butta via nulla

Non c’è alcuna ragione medica per lasciare attaccato il cordone ombelicale alla placenta. Non vi è alcun trasferimento di sostanze nutritive o “protettive” dalla placenta al bambino dopo la nascita perché una volta terminata la gravidanza la funzione della placenta si esaurisce. Questo lo si evince anche dalle FAQ dell’Associazione Lotus Birth dove è scritto che “il cordone ombelicale, dopo che ha smesso di pulsare, non agisce più da condotto se non per un trasferimento energetico”. Insomma l’unica cosa che verrebbe trasferita è una qualche forma non meglio identificata di energia. Questo ha portato il ginecologo Salvo Di Grazia – noto anche come MedBunker – a definire il Lotus Birth una “pratica sciamanica”.
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Prova ne è la terminologia stessa propria del Lotus Birth dove la placenta (anzi la “torta della vita” come la chiama qualche mamma) è vista di volta in volta come un “paracadute” che consente al neonato di atterrare nel nostro mondo, un albero, un fiore etc. Ci sono poi l’aura, il trasferimento energetico, e il ringraziamento finale alla placenta. Ovvero cosa fare della placenta una volta che si è staccata e comincia a puzzare: c’è chi la mette in freezer in attesa di trovare cosa farci; chi la seppellisce sotto un albero (scegliete un bell’albero e una notte di luna piena mi raccomando!) e chi invece ne usa una parte per creare i rimedi placentari. Rimedi che sono ovviamente omeopatici e che contengono tutta l’energia della placenta (energia che però in teoria si dovrebbe essere esaurita naturalmente) e che potranno essere usati per curare i malesseri di tutti i giorni (dal raffreddore all’alopecia).

Una pratica rischiosa dal punto di vista sanitario

Ad oggi mancano evidenze scientifiche di un reale vantaggio per i bambini nati con il Lotus Birth. Pertanto la Società Italiana di Neonatologia (Sin) esclude la possibilità di effettuare la Lotus birth in Italia. Il maggiore afflusso di sangue infatti viene meno a pochi minuti dalla nascita, per contro invece non è infondato – sostiene la Sin – il rischio di infezioni che potrebbero anche mettere a rischio la salute del neonato perché la placenta potrebbe diventare un terreno di crescita di germi. Per il britannico Royal College of Obstetricians and Gynaecologists invece la scelta è pericolosa e si corre il rischio di infezioni per i batteri presenti nella placenta quando questa ha esaurito il suo compito. Non ci sono però ancora studi scientifici sull’argomento perché la Lotus Birth è una pratica recente e ancora poco diffusa nella popolazione.
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La placenta del resto non può essere portata al di fuori dall’ospedale in quanto come tutti i rifiuti ospedalieri è considerata rifiuto speciale. Ed è anche per questo motivo che a scegliere la Lotus Birth sono coloro che preferiscono optare per il parto in casa, rifiutando ogni forma di medicalizzazione della nascita. Inoltre da un punto di vista strettamente normativo nel nostro Paese le Linee Guida ministeriali sul parto non contemplano questa procedura, come tale non riconosciuta a livello nazionale. Richiedere la Lotus Birth in ospedale potrebbe quindi esporre il medico e l’equipe ad eventuali procedimenti legali in caso il neonato venga colpito da un’infezione.