Opinioni

La Lega condannata per discriminazione a Saronno

Avete presente quelli che vi hanno promesso la flat tax e il taglio delle accise sulla benzina? Ecco, mentre (NON) stanno lavorando per voi, i leghisti a Saronno nel 2016 erano impegnati in una vicenda ancora più complessa: volevano impedire l’arrivo di ben 32 diconsi trentadue siòre et siori “clandestini” in quel di Saronno. Il dettaglio è che i 32 non erano “clandestini” ma richiedenti asilo e per i manifesti che il Carroccio ha affisso in giro per la cittadina è arrivata una condanna proprio a causa di quella definizione che per la seconda volta è stata ritenuta “discriminatoria” dal Tribunale civile di Milano al quale si erano rivolte le associazioni Asgi (Studi giuridici sull’Immigrazione) e Naga.

Condannata in primo grado, la Lega aveva fatto ricorso e ieri è arrivata una nuova condanna con l’obbligo a pagare i danni, le spese processuali e il pagamento della sentenza sul sito della Lega. “Come ritenuto dal giudice di primo grado, la definizione di “clandestini” nei cartelli affissi dalla Lega Nord a Saronno -ancor più in quanto collegata alla presentazione dei 32 richiedenti asilo come usurpatori, “per vitto alloggio” e non precisati “vizi”, di risorse economiche ai danni degli abitanti del Comune, i quali sarebbero costretti a subire, stante l'”invasione”, l’incremento delle tasse e la riduzione delle pensioni-integra gli estremi della “molestia” – si legge nel dispositivo firmato dal giudice Maria Cristina Canziani – poiché, anche prescindendo dallo “scopo”, ha indubbiamente l'”effetto” di violare la dignità dei predetti cittadini stranieri e di creare intorno a loro, nel contesto territoriale in cui sono inseriti, un clima ostile (in quanto volto a diffondere malevolenza ed a provocare esclusione dalla compagine sociale), umiliante ed offensivo, per motivi di razza, origine etnica e nazionalità”. (Repubblica Milano, 6 febbraio 2020)

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Nella sentenza il magistrato scrive che chiamare “clandestini” i profughi è reato di discriminazione e non può essere considerato “libera manifestazione del pensiero politico” perché viola i principi fondamentali della Costituzione.

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