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Jonatan Bartoletti: di chi è la colpa della morte del cavallo al Palio di Siena?

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Si è corso ieri sera il Palio di Siena Straordinario. Straordinario perché dedicato al Centenario della Prima guerra mondiale e quindi non uno dei due palii “canonici” che si corrono a luglio e ad agosto. La gara è stata funestata da numerosi incidenti e cadute. Particolarmente drammatico è stato l’incidente che ha visto coinvolto il fantino Jonatan Bartoletti detto Scompiglio che montava Raol, il cavallo della Giraffa.

Cosa è successo durante il Palio Straordinario del 20 ottobre

A causa del gravissimo infortunio riportato dal cavallo, al suo primo Palio, non è stato possibile salvare l’animale che è deceduto dopo essere stato trasportato alla clinica veterinaria del Ceppo nel tentativo di salvargli la vita. Fortunatamente le varie persone coinvolte negli incidenti (i fantini e un operatore del soccorso che è stato sbalzato sul tufo dall’impatto di un cavallo contro le protezioni) non sono in pericolo di vita. Il Palio del 20 ottobre è stato trasmesso in diretta dalla RAI (come avviene tradizionalmente per quelli del 2 luglio e del 16 agosto) e quindi le immagini e i video dell’incidente sono rimbalzate ovunque generando la prevedibile ondata di indignazione e di commozione.

Come sempre in questi casi si punta il dito contro il Palio, che in molti non esitano a definire una tradizione barbara e anacronistica. L’ENPA ha pubblicato un comunicato nel quale la presidente Carla Rocchi afferma che «La storia, con i frequenti e ripetuti incidenti di questi anni, ci dice che il Palio di Siena rappresenta una seria e concreta minaccia per l’incolumità degli animali. e che la morte del cavallo «non è né casuale né imprevedibile».

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L’Ente Nazionale Protezione Animali chiede «lo stop a sagre, corse, palii, manifestazioni popolari, che prevedano l’impiego o, peggio, lo sfruttamento di animali» e sottolinea come «il fantino Jonathan Bartoletti, già finito nel mirino della magistratura per il decesso di un altro cavallo, avvenuto in occasione del Palio di Asti». In effetti è vero che Scompiglio è stato protagonista di un drammatico incidente durante il Palio di Asti (non quello di Siena) nel 2013 durante il quale un cavallo è morto. In seguito a quell’episodio a Bartoletti sono stati comminati dieci anni di squalifica dalla manifestazione astigiana.

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Quello che le associazioni animaliste non capiscono del Palio sarà sufficiente a salvarlo?

Secondo ENPA il Palio è, come altre manifestazioni analoghe, una  “corsa della morte”. E molti su Facebook sembrano pensarla allo stesso modo e sono tornati, come ogni volta, a chiedere la sospensione del Palio di Siena e degli altri palii con animali in giro per l’Italia. C’è chi tira fuori le statistiche della LAV che parlano di 50 cavalli morti a Siena dal 1970 al 2015 per dire, dati alla mano, che i cavalli muoiono davvero “di Palio” in media di almeno uno all’anno. Statistiche che però andrebbero quantomeno riviste anche perché la LAV non tiene conto del numero di gare disputate, del numero di cavalli impegnati nel Palio e nelle prove. Rivedendo queste cifre dal 1970 al 2004 il numero di cavalli impegnati nel palio è stato di 1.950, per un totale di 879 corse disputate in Piazza del Campo.

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Ma i numeri non bastano per raccontare il Palio. E non bastano nemmeno le dirette televisive della RAI che se da un lato hanno fatto del Palio di Siena il palio più famoso d’Italia (e migliaia di turisti da tutto il mondo vanno a Siena per “vivere” i giorni del Palio) dall’altro hanno in qualche modo espropriato i senesi del loro Palio. Che è senza dubbio diverso dalla gara che si corre in Piazza del Campo. Il Palio è quello che Marcel Mauss avrebbe descritto come un “fatto sociale totale” ovvero un evento che influenza e condiziona ogni aspetto del vivere dei senesi e dei contradaioli che non a caso ripetono che il Palio è tutto l’anno. È quindi difficile capire cosa significa il Palio (e di conseguenza anche il rapporto con i cavalli) solo guardando la corsa in televisione. Perché la corsa non ne è che una minima parte. E al di là dell’eventuale comportamento scorretto (al momento ancora tutto da accertare) da parte di un fantino è sbagliato criminalizzare un’intera città.

Gli animalisti dispiaciuti perché nessun fantino è morto

Non mancano ovviamente gli esaltati che si rammaricano che nessun fantino e nessuno spettatore sia rimasto ucciso. Il che ovviamente è la più classica delle reazioni animalare. Dall’altra parte della barricata ci sono invece i contradaioli che ripetono che nessuno che non sia di Siena può capire l’essenza del Palio. E ci si chiede allora perché la RAI continui a mandare in onda le corse di luglio e di agosto. Il problema è sempre lo stesso: la tradizione. A Siena vogliono preservare il Palio perché fa parte della loro identità da secoli e secoli. Tutti gli altri invece vedono una gara selvaggia che sembra quasi senza regole e rispetto per gli animali, portati al limite. Ma non è tutto così perché a Siena il cavallo viene venerato e accudito. Fino al momento in cui scende sul tufo.

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Chi sbaglia allora? Chi vuole continuare a tenere in vita la tradizione, senza rinunciare a nulla oppure chi non si accorge che di incidenti analoghi con vittime i cavalli ne succedono in tutti i contesti dell’equitazione agonistica? Nel 2011 la morte del cavallo campione Hickstead durante un’esibizione alla Fieracavalli di Verona commosse tutti i presenti. Praticamente nessuno però chiese di “abolire il salto ad ostacoli” o la Fiera. Solo quelli del Palio (o dei palii) vengono stigmatizzati perché accadono sotto gli occhi di tutti. Così come la difesa ad oltranza di una tradizione non può essere l’unica giustificazione per tenere i palii al riparo da un esame critico bisogna anche ricordare che l’uomo da sempre ha sfruttato e sfrutta gli animali per gli scopi più disparati (ad esempio la loro carne). In un’epoca in cui la sensibilità nei confronti del benessere animale si diffonde sempre di più anche tra i non vegani o tra coloro che non sono certamente attivisti animalisti prima o poi ci si dovrà rendere conto  anche a Siena che un certo tipo di spettacolo sta iniziando a diventare anacronistico. Del resto l’Impero Romano aveva una gloriosa tradizione di lotte e giochi gladiatorii. Ora nei vari anfiteatri al massimo si fanno concerti pop. La questione è che è facile per chi sta fuori mettere in discussione una cosa che non ci appartiene. Assai più difficile e doloroso è per chi la considera, a ragione, parte della propria identità. Lo si sta facendo per le corride (che certo, hanno uno scopo diverso ma la cui parte “visibile” agli spettatori è sempre la riproposizione di un certo machismo) non c’è alcuna ragione per non farla per i palii “storici”. O meglio: l’unica ragione è che chi vive i palii non vuole farlo.

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