Fact checking

Il pasticciaccio bancario del governo

«Stiamo andando bene, i sondaggi non sono negativi, la gente è convinta che la responsabilità di quello che è successo sia soprattutto delle banche, anche perché noi non c’entriamo proprio nulla»: Matteo Renzi affida alla fedelissima Maria Teresa Meli la sua lettura della situazione dopo il decreto Salvabanche. Chissà se il premier crede davvero a quello che dice oppure ritiene che sia ancora il momento delle bugie diplomatiche. E per i giornali italiani quello delle veline o delle ricostruzioni discutibili anche quando indicano precise responsabilità. Perché, tu guarda il caso, lo vanno a fare sempre altrove.

Il pasticciaccio bancario del governo

Nella storia del Fondo interbancario e del suo utilizzo, una volta vista la stretta connessione con la vicenda Tercas, si è compreso il senso di quanto accaduto e si è confermato quanto dichiarato dall’audizione di Bankitalia in Commissione Finanze il 9 dicembre.  La Commissione, spiega nella lettera, è «sempre a favore di soluzioni private o basate sul mercato, dove possibile, e ovviamente questo si riflette nelle regole applicabili». Ma trovare fra i privati i 4 miliardi necessari per i quattro istituti era impresa molto più difficile rispetto al recupero dei 265 milioni necessari per Tercas e fonti del ministero mettono in evidenza come la soluzione adottata non avesse alternative. «Se il governo avesse scelto quella strada — scrive oggi il Corriere della Sera — avrebbe comunque dovuto farla precedere dalla risoluzione» degli istituti «e quindi dall’azzeramento per azionisti e obbligazionisti subordinati». Tuttavia per il Tesoro il no della Commissione al piano del Fondo interbancario, che avrebbe salvato le 4 banche con la conversione delle obbligazioni subordinate ed evitato la più pesante risoluzione, si è basato su un’interpretazione delle norme europee che porta a «un’incongruenza del quadro giuridico».

fondo interbancario villarosa
Dall’audizione di Bankitalia in Commissione Finanze del 9 dicembre 2015

Ma questo non spiega cosa sia successo, ad esempio, sui crediti inesigibili. E che proprio dalla lettera della commissione e dal dossier del governo si evince che a volte la commissione viene richiamata a sproposito o senza prove. Scrive infatti Federico Fubini oggi sul Corriere:

Per lei le banche andavano «risolte» in base alla nuova normativa europea, cioè liquidate salvandone le parti buone. Gli obbligazionisti subordinati e gli azionisti dovevano perdere tutto per sempre. Costo dell’operazione (finanziato dal Fondo di risoluzione, sempre pagato dalle altre banche italiane), 3,7 miliardi. La chiave è in quella differenza di un miliardo e mezzo fra 2,2 e 3,7. Sappiamo infatti che la soluzione impostasi, quella gradita a Bruxelles, svaluta i crediti in default delle quattro banche fino ad appena al 17,6% del valore originario. Si può dunque immaginare che l’operazione da 2,2 miliardi proposta dall’Italia trattasse quegli stessi crediti al valore di bilancio intorno al 40%: un miliardo e mezzo di perdite in meno. Quel prezzo al 17,6% che piace a Bruxelles è da liquidazione, da vendita al più presto domattina. Il 40% che prevale nei bilanci delle banche in Italia per i crediti in difficoltà invece è un valore di lungo periodo: a volte dietro ci sono anche ville a garanzia, o aziende in crisi che ripartono. E questa forbice fra le due letture è esattamente ciò che oggi blocca un intervento di sistema in Italia per rimuovere dalle banche italiane ben 200 miliardi di prestiti in default.

Della stessa cosa aveva parlato Alessandro Graziani ieri sul Sole, incolpando anche qui la Commissione. Ma da dossier e lettera non si evince un ruolo della Commissione nella storia. Ancora: si presenta l’Europa come “vogliosa” di liquidazione. L’unica cosa certa, però, è che la commissione ha spinto per aiuti privati, anche per questo criticando l’uso del fondo interbancario. Di certo c’è che se è stato imposto dalla Commissione il governo se lo è fatto imporre senza fare nulla.

Strade alternative, mai percorse

Ancora: su Repubblica si accusano tutte le “furbizie” altrui per aiutare gli istituti con i soldi pubblici. Leggendo l’articolo ci si rende conto che la “furbizia” di Germania e Portogallo è stata fondamentalmente una: si sono mossi per tempo.
furbizia
HSH e BANIF erano infatti già da tempo in stato di crisi, e non solo: «Se l’operazione di salvataggio è stata notificata alla Commissione prima dell’entrata in vigore delle nuove regole, allora non può essere bocciata», si dice. Ma questa non è una furbizia. Questo è pensare per tempo. Ovvero, governare.

lettera ue padoan italia 2
Tercas: l’apertura della procedura per aiuti di Stato

Anche perché, nell’avvertire che l’uso del Fondo Interbancario nel modo prefigurato da Bankitalia avrebbe comportato l’apertura di una procedura per aiuti di Stato, Bruxelles forniva però una strada diversa – la stessa utilizzata per Tercas, che il governo ha rinunciato a perseguire per questione di tempo (secondo il dossier) e anche perché sarebbe stato oggettivamente più difficile recuperare “volontariamente” quattro miliardi che 325 milioni. Scrive Alessandro Plateroti oggi sul Sole 24 Ore:

La domanda a cui sarà bene dare presto risposta è una in particolare: per quale motivo il Governo e l’authority hanno attribuito all’Europa la responsabilità delle perdite di cui si sono fatti carico gli obbligazionisti invece di tentare strade alternative? E ancora: per quale motivo il Governo ha bloccato il tentativo delle banche italiane di salvare con i propri soldi i 4 istituti in crisi e i loro investitori invece di sostenerle nel dialogo con Bruxelles? Bisogna tenere presente che proprio la soluzione ideata dalle banche ha permesso un anno fa il salvataggio di Banca Tercas attraverso il fondo interbancario di garanzia: la Commissione ci sanzionò con una inspiegabile procedura di infrazione per aiuti di stato, ma ora il caso sembra chiuso grazie ad alcuni accorgimenti formali. Non a caso, la soluzione offerta dalle banche è stata ora implicitamente approvata anche dalla Commissione, così come si evince dal carteggio con il ministero del Tesoro. Se la crisi dell’Etruria fosse stata affrontata nello stesso modo, prima e con più urgenza, nessun investitore avrebbe perso i risparmi. 

Il governo ha insomma utilizzato il no a uno specifico strumento dell’UE per cercare di addossare tutta la colpa all’Europa per scelte che invece ha effettuato l’esecutivo, e in alcuni casi con chiari ritardi e sottovalutazione dei problemi. Le responsabilità di chi ha venduto obbligazioni spacciandole per investimenti sicuri (e di chi doveva vigilare su questi prodotti: la Consob) verranno accertate dalla magistratura. Quelle di chi ha concesso credito facile agli amici drenando risorse da banche del territorio che da anni servono soltanto a quello avrebbero dovuto essere pubblicamente denunciate da chi aveva dalla sua la moral suasion (cioè, Bankitalia). Peccato che il governo non voglia assumersi le sue.