Opinioni

Quanto mi manca viaggiare come prima del Coronavirus

E’ tempo di bilanci. Il (troppo) lungo lockdown sta lentamente modificando il pensiero dominante delle masse. Adesso la maggioranza sta con quelli che vogliono aprire il prima possibile, senza se e senza ma. Sono ormai netta minoranza coloro che ancora glorificano le gesta dei governatori che utilizzando elicotteri, droni e un ingente spiegamento di forze dell’ordine hanno fermato ad ogni costo l’azione criminale di ciclisti, runners e bagnanti (invece che indirizzare gli stessi sforzi contro il crimine organizzato…). Ormai è da un mese che l’ipotesi che il virus sia stato costruito in laboratorio dai Cinesi sta sempre più guadagnando consenso presso il popolo della rete. I virologi, che prima erano considerati santoni, adesso sono considerati come persone che non ne azzeccano una nemmeno per sbaglio. Un’altra idea che si sta diffondendo è che i tecnici scelti (da Arcuri, a Ricciardi fino a Colao) siano tutti manifestamente incapaci. D’altra parte è un must: il CT della Nazionale di Calcio è sempre un incompetente. Sempre più guadagna terreno l’idea di una gestione scadente dell’emergenza (ad ogni livello e con rare eccezioni) e di ruberie diffuse (in primis quelle concernenti il mercato delle mascherine). I lunghi discorsi di Conte a reti unificate, le autocertificazioni, il susseguirsi di nuove ordinanze e le proibizioni (apparentemente?) senza senso, stanno diventando sempre più insopportabili. Si lamentano i commercianti e i ristoratori in particolare. La gente sente sempre più la mancanza di estetisti e parrucchieri.

giuseppe conte messe protocollo cei

Per quanto riguarda me, quello che ho sofferto di più in questo lockdown è stata la mancanza del viaggio. Per mia fortuna sia può viaggiare non solo fisicamente, ma anche parlando con gli altri o leggendo i libri. Come si possa viaggiare solo parlando con gli altri, lo descrive magnificamente Baricco quando scrive di Novecento (il pianista sull’oceano): “Viaggiava. Era difficile capire cosa mai potesse saperne lui di chiese, e di neve, e di tigri e… voglio dire, non c’era mai sceso, da quella nave, proprio mai, non era una palla, era tutto vero. Mai sceso…… . Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell’aria, l’aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava…. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere…. Sapeva leggere la gente”.

de luca occhiali color pannolino di bimbo salvini video

Viaggiare con i libri è più difficile. Io ci riesco solo se in quei luoghi ci sono già stato. A me non interessano tanto i luoghi quanto le persone che ci abitano. Ad esempio, se voglio viaggiare nella mia terra, la Toscana, leggo Boccaccio e Machiavelli. La Toscana, storicamente, è stata la terra di confine fra Impero e Papato. Siamo perciò mercanti, affabulatori, non crediamo in niente e sappiamo scherzare su tutto, soprattutto su noi stessi e sui nostri difetti, sappiamo osservare gli altri, quasi radiografarli. Non ci fidiamo degli altri ed elaboriamo strategie degne del Principe di Machiavelli. Non vedo la Toscana in Dante: è troppo grande, non può essere solo toscano o italiano.Rappresenta un’intera era storica: il Medioevo. Un altro popolo di mercanti in Italia è quello veneto. Goldoni è, in un certo senso, simile a Boccaccio. Ritrae in modo mirabile ed acuto il popolo. Invece i romani sono stati da duemila anni sotto il giogo di un potere duro ed implacabile: prima l’Imperatore e poi il Papa. Non osano ribellarsi ma mugugnano. Gli scrittori giusti per viaggiare nell’atmosfera di Trastevere sono, secondo me, Belli e Trilussa. Abbastanza simili ai romani sono i napoletani. Adoro i napoletani di cultura. E pertanto adoro leggere Eduardo De Filippo. Gli Abruzzesi, per me, sono quelli di Fontamara di Silone. “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.“. Mi ricordo quando invitai a fare un seminario all’Aquila Giorgio Letta. Quando entrò in aula, non entrò un eccellente matematico qual’era, ma un “notabile” di Avezzano. Ancora mi ricordo quella strana atmosfera. Diametralmente opposti sono i Piemontesi. Dai tempi di Eugenio di Savoia, furono gli Italiani che più vissero in uno stato militaresco. Ne soffrono ancora oggi. Spesso costretti a portare una maschera, sono spesso tristi a causa dei condizionamenti imposti. Desiderano, però, nel loro profondo rompere gli schemi (non a caso sono il centro del satanismo in Italia) e lanciarsi in avventure gloriose (furono loro a riunificare l’Italia). Secondo me, Gozzano con il famoso verso “Dove ride e singhiozza il tuo Gianduia che teme gli orizzonti troppo vasti” li descrive perfettamente. La Lombardia con la sua etica giansenista e con la glorificazione del lavoro è rispecchiata perfettamente da Manzoni. Chi altri, se non un lombardo, avrebbe mai potuto scrivere un “mattone” (nel senso positivo del termine, ovviamente) come i Promessi Sposi. Invece i Friulani a metà fra Austria e Venezia vivono in sé questa distopia. Svevo, nelle sue opere, è un maestro nel descrivere la loro natura più profonda. Infine la Sicila è una terra greca. Il siculo crede solo in sé stesso e si sente un Dio. La descrizione dell’umanità fatta da Sciascia rivela sia una autostima all’eccesso che un disprezzo totale verso l’altro “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.” Il siculo deve comportarsi da Dio, perciò deve mantenere sempre e comunque la parola, anche a costo di rovinare la sua vita e quella delle persone più care come fa Padron ‘Ntoni nei Malavoglia di Verga. Pirandello invece è insuperabile a descrivere il conseguente stato di tensione permanente fra come il siculo è realmente e come la cultura della sua terra lo costringe ad essere. E questa tensione fa decomporre il suo io interiore, come in un caleidoscopio, in mille frammenti e sfaccettature. Cosa che rende questo popolo affascinante ed interessante.

Leggi anche: Luca Zaia e il Coronavirus che «se perde forza vuol dire che è artificiale»

Vincenzo Vespri

Vincenzo Vespri è professore di matematica all’Università degli Studi di Firenze Oltre ad essere un professore universitario di Matematica che vede con sgomento l'università italiana andare sempre più alla deriva, sono anche un valutatore di progetti scientifici ed industriali (sia a livello italiano che europeo). Vedere nuove idee, vedere imprese che nascono, vedere giovani imprenditori che per realizzare le proprie idee combattono fatiche di Sisifo contro il sistema paleo-burocratico e sclerotizzato, è un' esperienza tipo Blade Runner: " Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser".