Fact checking

Che fine hanno fatto le promesse di chi voleva la Brexit

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Ieri all’Europarlamento è andato in scena un combattimento tra galli. Questo sport, popolarissimo a Bali, è tornato di moda in Europa grazie alla vittoria del Leave al referendum di giovedì 23 giugno sulla Brexit. Ieri a Bruxelles si è votato per approvare una risoluzione per chiedere a Londra di avviare il prima possibile i negoziati previsti dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona e durante il dibattito non sono mancate battutine sagaci e ironie sulla presenza di Nigel Farage in aula.

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Recessione o crescita? A quanto pare solo gli economisti che sostengono il Leave pensano che ci sarà una crescita economica (fonte: Financial Times)

 

 Gli speculatori festeggiano la Brexit

Ma al di là delle pose e delle battutine “feroci” (ah se gliel’ha cantata Juncker a Farage!1) fatte per accontentare il pubblico che abbiamo visto ieri c’è qualcosa di più interessante: quello che Farage e compagni hanno lasciato a casa. Non si può certo dire che il Regno Unito sia nel caos, anzi a quanto pare i sostenitori del Leave sono euforici perché finalmente potranno riprendersi indietro il loro amato Paese, riconquistato a forza di voti (ben 17 milioni) alle oscure forze della tirannia eurocentrica. Ma forse le cose non stanno proprio così perché anche se credono di essersi liberati dell’influenza delle lobby e dei banchieri massoni (come ha spiegato Matteo Salvini) la situazione finanziaria del Regno potrebbe volgere al peggio. Prima di analizzare i mercati fermiamoci un attimo a considerare una faccenda surreale: i cittadini del Paese dove ha sede l’autorità bancaria europea, che ospita la maggiore piazza finanziaria del Continente (che di recente ha ottenuto uno status speciale dalla UE), guidati da un ex manager della City che vendeva assicurazioni sanitarie hanno detto no all’Europa delle banche? Se volete crederci fate pure. Ma torniamo alla liberazione del Regno Unito dal potere degli speculatori finanziari: come riporta il Financial Times i fondi di investimento speculativo (hedge fund) hanno iniziato a scommettere su un ulteriore calo della sterlina che per dovere di cronaca ricordiamo ha già raggiunto e superato il minimo storico fatto registrare nel 1985. A quanto pare gli speculatori finanziari stanno scommettendo su un ulteriore calo del valore della moneta britannica così come sull’inizio di un periodo di recessione economica oltremanica. Non male come risultato: volevano cacciare i mercanti dal tempio, ne hanno invitati di peggiori.
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Niente soldi al NHS, l’immigrazione non diminuirà

È lecito attendersi che anche altre promesse elettorali fossero altrettanto campate in aria. La BBC ha fatto un bel reality check di quello che i Leavers avevano detto sarebbe successo (o non sarebbe successo) in caso di Brexit. Come abbiamo scritto anche su Nextquotidiano gli argomenti più importanti erano basati su una forma di manipolazione della realtà volgarmente e comunemente chiamata: menzogna. Ma c’è di meglio, i sostenitori del Leave hanno già cominciato a cambiare idea e il tono delle loro dichiarazioni. Boris Johnson e Nigel Farage hanno dato il La dicendo che non c’è nessuna fretta di lasciare la UE mentre il secondo ha detto chiaramente che non ha intenzione di onorare la promessa fatta durante la campagna elettorale di destinare l’ammontare della cifra che il Paese paga all’Unione al budget del NHS. Oggi i sostenitori della Brexit spiegano che anche se il Paese uscisse dalla UE non ci sarebbe modo di ridurre in modo drastico il numero delle presenze di cittadini comunitari che vivono, lavorano e studiano in Gran Bretagna. Naturalmente questi dati erano a disposizione anche prima del voto, ma gli elettori hanno preferito ignorarli.

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Fonte: Financial Times

Secondo una ricerca svolta dall’Independent negli ultimi venticinque anni solo il 24% dell’immigrazione netta (ovvero tenendo conto anche degli inglesi che si trasferiscono all’estero) verso il Regno Unito è costituita da cittadini dell’Unione. Il restante 76% dei migranti invece proviene da paesi extra-UE. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e la conseguente fine degli accordi sulla libera circolazione dei cittadini della UE (che è uno dei temi cari a Cameron e alla ministro degli esteri Theresa May) non comporterebbe quindi un’automatica diminuzione degli ingressi di lavoratori stranieri in UK. Se allarghiamo la prospettiva temporale ad un periodo di quarant’anni vediamo come all’immigrazione dai paesi europei debba essere attribuita una quota ancora minore del totale.
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Fonte: Financial Times

L’accesso al mercato unico

Al contrario dei sostenitori del Leave bisogna essere onesti e dire le cose come stanno: Farage e soci hanno detto che il Regno Unito potrà rimanere all’interno dell’area di scambio europeo (con tutti i vantaggi – reciproci – del caso in termini di dazi) senza però dover accettare la condizione di dover garantire la libertà di movimento ai cittadini europei. Non c’è dubbio che un accordo tra UE e UK dovrà essere negoziato, sicuramente la Germania – che ha in Regno Unito il suo terzo mercato per le esportazioni – spingerà per un accordo non troppo duro, quindi le minacce che sono volate in questi giorni sono da prendere alla lettera. Ma non c’è dubbio che fino ad ora non è stato negoziato un accordo simile con altri paesi. Sia la Svizzera che la Norvegia hanno dovuto accettare alcune condizioni (tra le quali il pagamento di una quota e l’apertura delle frontiere) per poter ottenere di entrare a far parte del mercato unico europeo. Non esiste quindi un precedente che possa far ritenere che il Regno Unito possa ottenere questo privilegio, ad eccezione ovviamente dello status privilegiato del quale i britannici hanno goduto fino ad ora. Difficile però che si raggiunga un accordo simile a quello attualmente in vigore, perché la differenza è che il Regno Unito sarà fuori dalle stanze dei bottoni europei ed avrà meno potere contrattuale. Cosa rimane? Un accordo di scambio commerciale come quello che si sta preparando con il Canada (il CETA) ma – di nuovo – ci potrebbe volere parecchio tempo e non si avrebbe un accesso completo al mercato unico europeo (il CETA esclude alcuni prodotti “sensibili”). Infine c’è la questione delle regole che “strozzano l’economia britannica”, molte delle regole comunitarie non si applicano al Regno Unito mentre altre si sovrappongono a leggi britanniche. Il punto è che quelle regole dovranno essere rispettate se i produttori britannici vorranno esportare le loro merci in Europa, con la differenza che fuori dall’Europa il Paese non potrà più negoziare o influenzare l’approvazione dei nuovi regolamenti comunitari. Infine un’ultima questione che preoccupa – oggi – gli agricoltori inglesi: continueranno a ricevere i finanziamenti europei? David Cameron ha detto oggi che non può garantire che i contratti verranno onorati anche dopo la Brexit e nemmeno che lo Stato potrà sostituirsi all’Europa nell’erogazione dei finanziamenti.