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Perché Facebook ha un grave problema che coinvolge la libertà di espressione

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Facebook ha un grave problema, no, non vi annoierò con le solite questioni legate alla privacy e neppure con quelle del mancato oscuramento di pagine indecenti (che pure rappresentano l’altra faccia della medaglia del problema). È un problema che ho vissuto sulla mia pelle, per quanto la mia storia sia insignificante rispetto ai potenziali danni che cercherò di spiegare.

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Perché Facebook ha un grave problema he coinvolge la libertà di espressione

Sono sulla pagina di Pierpaolo Sileri, presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato. Il tema è di quelli caldi, i vaccini. Un profilo novax palesemente falso comincia a commentare con espressioni e termini irripetibili. Alcune donne sono offese in modi che vi lascio immaginare e viene dileggiata persino una persona autistica. Chi lo invita a più miti consigli dandogli dello “sciocco olimpico” come ho fatto io, o con termini ancora più moderati come hanno fatto altri, viene segnalato a Facebook e sospeso per intimidazione e bullismo. Tra le vittime del cafone figura anche il noto debunker David Puente. Al di là di questo episodio surreale, conosco molte persone “per bene” a cui è stato sospeso l’account per una frase colorita, persino quando si trattava di termini scherzosi e non riferiti a nessuno in particolare. È semplice: basta creare un gruppetto di cyber mafiosi, ricercare tutti i vostri commenti e poi segnalare in massa quello più “adatto”. Facebook semplicemente non è dotato di strumenti per dare dei giudizi di merito basati su un elementare buonsenso. Qual è il problema? Andiamo oltre la questione vaccini e allarghiamo l’orizzonte al dibattito politico, magari immaginando di essere alla vigilia di un’elezione o di un referendum. Immaginate ora che dei gruppi organizzati facciano la loro (legittima) propaganda, segnalando però sistematicamente tutti coloro che li contraddicono, causandone la sospensione. Un tale sistema perseguito in modo “industriale” potrebbe essere beh più pericoloso dei famigerati troll russi, o comunque ne sarebbe la perfetta integrazione.

 

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Che fare? Non ne farei una questione di legislazione, anche se obbligare i social a standard di efficienza sulle valutazioni delle segnalazioni non mi dispiacerebbe, è proprio una questione di responsabilità sociale delle imprese. Le imprese possono e devono essere indotte ad averla davvero questa benedetta responsabilità sociale. Non saprei immaginare un’impresa che ha questo dovere in misura maggiore di Facebook. Se vi capita di leggere gli “Standard della Community” di questo social, troverete parole traboccanti di valori nobili che non trovano riscontro nell’effettivo servizio offerto. Per esempio leggerete: “Sappiamo quanto sia importante creare un luogo in cui le persone si sentano libere di comunicare e prendiamo seriamente il nostro compito di evitare contenuti e comportamenti impropri”. Purtroppo si tratta di belle parole che non trovano riscontro nella realtà. Se Facebook permette a un cafone, o ai suoi sodali, di segnalare persone che cercano di contrastarlo, sospendendo queste persone, Facebook ha semplicemente fallito. Se i reclami contro i provvedimenti sono letti da un tonto che non vuole o non ha gli strumenti per applicare il buonsenso, Facebook ha semplicemente fallito. Ha fallito nel garantire quegli standard che si vanta di tutelare, cioè la libertà di espressione e la prevenzione dei comportamenti impropri. Nel mio caso, ma anche in altri casi a me noti, i fatti erano talmente cristallini che un bambino di 6 anni avrebbe facilmente preso una decisione sensata (magari sospendendo proprio il segnalatore), perché ciò non è avvenuto? Non conosco le procedure di Facebook, non so da quale ignavia, menefreghismo, pigrizia o negligenza dipendano questi fallimenti. So però che quelle procedure semplicemente non funzionano. Facebook non è una piccola associazione di filatelici, è ormai il luogo in cui passa gran parte del dibattito pubblico e dell’informazione disponibile. La sua rilevanza sociale è immensa e non può sottrarsi alle sue responsabilità di implementare davvero quei valori che proclama.

Si parla tanto di fake news, ma la mia paura non sono tanto le fake news, la società civile si sta organizzando per contrastarle, grazie all’attività più o meno “professionale” di tante persone di buona volontà. La mia paura è che l’esercito dei cialtroni possa facilmente spegnere la voce di chi le fake news le denuncia. Perché i cialtroni sono tali a tempo pieno e sono solitamente più organizzati delle brave persone in questo genere di bassezze. Le grandi e potenti multinazionali sono colossi dai piedi d’argilla. Il loro scopo è non contrariare e blandire i loro utenti/consumatori. Ad esempio, è bastato che un terzo dei consumatori avesse delle infondate paure verso l’olio di palma e questi colossi si sono piegati in pochi mesi, in sfregio a ogni criterio di scientificità e principio di verità. Non è quindi è scontato che Facebook rimanga sordo a questo allarme molto a lungo. Con una certa vergogna vi chiedo quindi di condividere questo articolo. Se preferite copiatelo e basta, cancellate il mio nome, riformulate i concetti che ho espresso a vostro piacimento. Cerchiamo di sollevare il problema, magari a qualcuno più intelligente di me verrà in mente un’iniziativa efficace o avrà modo di portare la questione all’attenzione di chi il problema lo può sollevare con maggior forza. Io ammetto che avevo sottovalutato il fenomeno, ma il rischio è che qualche migliaio di cyber mafiosi possano cominciare ad usare una lupara bianca digitale per orientare il dibattito su questo o quel tema. Nel mio piccolo allo scadere della sospensione tornerò in quella discussione e ribadirò per la quarta volta a questo cafone che è uno sciocco, prendendomi prevedibilmente un’altra sospensione. Una sorta di protesta ghandiana. Perché lo faccio? Perché mi impiccio? Parafrasando le parole di uno splendido film di Luigi Magni (In nome del popolo Sovrano), lo faccio perché sono una persona comune, ma a tempo perso sono uomo e un uomo s’impiccia, guai se smettiamo di impicciarci delle cose.

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